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Nel nome del padre

Simona Piraino

Conosciuto uno, sgamati tutti. Identico cliché: li abbordi bellocci e sdraiabili ma poi si rivelano mollicci come un flan venuto male.

Sono quelli che al parco hanno il Santos arancione immacolato. E la bicicletta, con una sola rotella. Sono i padri separati: o meglio, la maggior parte dei padri separati che abbondano tra la mia generazione.

Quando li incontri in giro con la prole ti si presentano con quell’aria a metà tra il Bill Crosby dei Robinson e il tronista della De Filippi. Così tronfi di poter passare le ventiquattrore settimanali con il figlioletto (che per le restanti centoquarantaquattro smarona l’anima alla madre).

Quando li conosci, ti sbattono in faccia che c’hanno un figlio con una tale supponenza manco fosse un MBA alla London School of Economics. In realtà, il loro ruolo genitoriale si esaurisce nel “battere il cinque con il loro campione” (pseudo cameratismo padre-figlio atto a sopperire le mancanze educative) e mangiare una pizza guardando un cartone (tanto a fargli ingurgitare le verdure ci pensa la mamma).

Purtroppo, anche una stucchevole tradizione cinematografica ha contribuito ad ammantare di luce l’immagine del padre single e il fascinoso Clooney di “Un giorno per caso” appariva molto più figo della povera nevrotica Pfeiffer.

Così, sentendosi tutti novelli Luca Argentero, si pregiano di scrivere “papà orgoglioso di Matteo, sei anni” anche sulle bio di twitter (come fosse un plus etico-professionale).

Diversi incontri con questi soggetti mi portano alla conclusione che i padri separati vivono lo sfasciamento della famiglia come un fallimento personale, in maniera più profonda rispetto alle competitor-madri. Per questo motivo devono sempre assumere il ruolo della vittima, di quelli costretti – loro malgrado – a condurre una vita lontana da morbillo, capricci, levatacce che c’è la scuola, aerosol, compagnetti lagnosi, colloqui con le maestre.

Godono di una condizione privilegiata rispetto all’altro genitore affidatario e lo sanno. Ma, con te, non lo ammetteranno mai. Diciamolo: i padri separati sono ridicoli. Sono quelli che hanno sul desktop la foto full screen del pargolo che si sbava col gelato o che posa terrorizzato su un pony e la mostrano con orgogliosa tenerezza a colleghi e, soprattutto, alla pulzella da concupire.

Ora ditemi: avete mai visto una madre, di quelle normali, che dopo essersi confrontata h24 con la piccola appendice, ha ancora voglia di vedere il suo ghigno sdentato che campeggia sullo smartphone? Fa fin troppo figo dire “Stasera non posso, c’ho il bambino” quando, nello stesso istante, la controparte materna afferma “Stasera sono sola, mi depilo le ascelle”. C’è una bella differenza!

I padri separati non accompagnano i figli all’entrata di scuola, semmai, li prelevano all’uscita (vuoi mettere il tour de force colazione-denti-merenda-zaino-traffico-truccosbavato con la comodità delle 13.30 senza stress e senza occhiaie?).

Soprattutto, diventano padri single socialmente riconosciuti solo dopo che la prole ha raggiunto almeno i quattro anni di vita: quando cioè, la lallazione gutturale è già terminata, i dentini sono cresciuti, la pipì la si fa nel water. Certo, poi sono i migliori ad appestarti con le loro fuffe educative pontificando su Spock e la Montessori (nella stessa misura in cui una madre osannerebbe, talvolta, SantaAnnamariaDaCogne).

Proprio come nel caso dell’homo coniugatus, anche il padre separato racconta in giro che ha a che fare con un essere intollerante e perfido: la madre del bambino. La donna che, non solo ha privato lui di crescere il figlio ma, cosa peggiore, è rea di essere una mala genitrice. Il bambino, infatti, privilegia di gran lunga il rapporto col padre. “Allora perché non lo tieni tu?” “E sai, io lavoro, non potrei gestirlo come dovrei…” “Ah, quindi la madre è casalinga?” “No, lavora dalle 8 alle 18 ma ha molto più tempo di me per organizzarsi”.

Chi ha visto “About a Boy” con Hugh Grant, sa esattamente di cosa parlo: l’uomo che sfrutta il suo essere genitore single per far breccia nell’animo di ingenue donzelle. Gli va bene, di solito. Solo se non incontra una madre separata.