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“MostroCaligola” ha concluso il Forte Teatro Festival a San Jachiddu

MostrocaligolaCon la rappresentazione di “MostroCaligola” si è concluso il Forte Teatro Festival, la rassegna nata da un’idea di Stefano Barbagallo e Roberto Bonaventura in collaborazione con Il Castello di Sancio Panza, che nel mese di luglio ha visto avvicendarsi compagnie locali, ospiti nazionali e internazionali sotto il cielo terso e stellato del Parco Ecologico San Jachiddu a Messina, che ha fatto da soffitto a quello che è diventato per l’occasione un meraviglioso teatro naturale.

Proprio su questo incantevole palcoscenico, su cui la natura si è fatta spettatrice, attrice e regista, ieri sera MostroCaligola ha recitato ancora.

L’allestimento curato da Roberto Bonaventura traendo spunto dal Caligola di Albert Camus e con l’ausilio di alcune fonti storiche di Svetonio, ci consegna il ritratto di un dittatore diventato mostro per aver troppo amato, ci restituisce l’immagine di un uomo cui la perdita dell’amore insegna quella paura della solitudine che solo i veri mostri conoscono.

E’, infatti, dopo la morte della donna amata, la sorella Drusilla, che la storia vuole che Caligola si abbandoni ad atti atroci e arbitrari.

Laddove la vita umana per lui smette di avere senso, i beni materiali, il denaro, il tesoro cui i senatori lo spingono a pensare sembrano doverne assumere, per assurdo, uno spropositato. Diventa, dunque, un dittatore senza scrupoli Caligola, ma è un dittatore che non è mai capace di suscitare l’odio degli spettatori.

Nel suo dolore per la perdita della donna che ama è facile riconoscere il fallimento della ricerca spasmodica della felicità cui tende la vita di ogni uomo, nella truce crudeltà che infligge attraverso l’esercizio del proprio potere l’infinita solitudine del genere umano.

Le sue scelte, i suoi dolori non compresi e talvolta persino banalizzati dai suoi senatori, inducono lo spettatore a indagare la profondità e l’oscurità dell’animo umano. Ciascuno, dentro di sé, sente di essere un po’ Caligola. Ed è forse di questo che ha paura.

Non di quello che Caligola è in grado di fare, ma di quello che Caligola rappresenta. È nelle parole dei suoi senatori che ritroviamo la paura degli uomini tutti. Nella

loro inquietudine, nella loro insofferenza, in quel sentimento di umana vigliaccheria che sfocia nella decisione di congiurare contro il loro imperatore, leggiamo il bisogno di sicurezza che l’aspirazione di Caligola alla verità esasperata e alla purezza assoluta impediva loro di avere.

Nel loro bisogno di giustizia per i torti subiti vi è il bisogno di soffocare la scomoda consapevolezza che al posto del dittatore ciascuno di loro avrebbe fatto lo stesso. Forse di peggio. E’ l’infelicità di Caligola, dunque, che lo rende mostro, ma è la sua ricerca della verità sull’infelicità e la miseria degli uomini che, paradossalmente, lo condanna a morte.

La produzione de Il Castello di Sancio Panza per la regia di Roberto Bonaventura fonde, intelligentemente, note di cabaret a un testo che Camus ha voluto dai toni fortemente drammatici.

Magistrale il cast degli attori ( Monia Alfieri, Raimondo Brandi, Gianluca Cesale, Ferruccio Ferrante, Lucilla Mininno e con la partecipazione di Giovanni Boncoddo), ciascuno nel proprio ruolo protagonista di quello che diventa uno spettacolo corale e, a tratti, potente. Su tutti Caligola, il versatile ed eclettico Gianluca Cesale.

Originale e molto rock l’idea degli inserti musicali tipici degli anni ’60 (il repertorio spazia da Pugni Chiusi de I Ribelli, a Tema de I Giganti, senza dimenticare Celeste Nostalgia di Riccardo Cocciante) eseguiti, con qualche imprecisione canora, dagli stessi attori accompagnati dal vivo da una band di musicisti composta da Stefano Barbagallo, Antonio Costanzo, Simone Di Blasi e Giovanni La Fauci.

La presenza della musica che a tratti trasforma lo spettacolo in musical accresce il pathos di alcune scene e sottolinea la vena cabarettistica di altre. Suggestivo il momento in cui il buio avvolge la scena e Caligola cui la location naturale consente di rivolgersi direttamente all’astro notturno, in un crescendo di lucida irrazionalità chiede che gli si procuri proprio la luna.

In fondo, a dire dello stesso dittatore, non chiede certo l’impossibile. Sono certamente riusciti a realizzare quello che per troppo tempo sembrava impossibile gli organizzatori del festival. Loro è il merito di averci restituito il teatro necessario in una location che si è prestata superbamente sotto il cielo di questo caldo mese di luglio. A loro va l’ultimo caloroso applauso che cala il sipario su questa rassegna.

Maria Flavia Timbro

Avvocato, da sempre appassionata di diritti civili, conduce quotidianamente battaglie politiche e di principio contro tutti i mulini a vento che incontra. Ferma sostenitrice della parità di genere ma contraria alle quote rosa, ama definirsi femminile e non femminista. Scrive da quando il 23 maggio del '92 una scarica di tritolo ha cambiato il suo modo di guardare le cose e la vita di tutti i siciliani onesti. Non mette gli orecchini se è di malumore e quando scrive usa, ancora, rigorosamente carta e penna. Ma non chiamatela antiquata. Al massimo un po' retrò. .