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#Messina. Sala Laudamo: sold out per il Prometheus di QA

prometheusSold out e lunghi applausi per Prometheus. O del fuoco, maestro di ogni arte, ultimo appuntamento della IV edizione della rassegna Atto Unico, in scena alla Sala Laudamo il 13 e 14 maggio. Una prima assoluta per una riscrittura del celebre mito firmata e diretta da Auretta Sterrantino e targata QA-QuasiAnonimaProduzioni che ha visto in scena Sergio Basile nei panni di Efesto, Oreste De Pasquale come Prometeo e Loredana Bruno in un inedito personaggio di nome Bios. Scenografia e costumi sono firmate da Valeria Mendolia, le musiche di originali sono di Filippo La Marca, il disegno luci di Stefano Barbagallo. Completa il cast Elena Zeta, assistente alla regia.
Uno spettacolo che Auretta Sterrantino e Vincenzo Quadarella hanno concepito come omaggio a Fernando Balestra, ex sovrintendente dell’INDA, Istituto Nazionale del Dramma Antico, scomparso prematuramente lo scorso 3 giugno. La riscrittura originale di Auretta Sterrantino, si fa evidentemente carico delle diverse declinazioni subìte dal mito nell’antichità e poi nei tempi moderni e, attraversandole, sceglie un punto di vista insolito per analizzare il mito.
Prometeo, trascorsi i trentamila anni della sua pena, raggiunge Efesto per chiedergli delucidazioni su quanto ha visto: il nulla, il deserto, la morte. Un faccia a faccia tra Efesto, dio del fuoco, e Prometeo stesso che è, in fin dei conti, una lente puntata sulle conseguenze: perché ogni gesto, anche il più piccolo porta con sé conseguenze che trascendono il singolo e finiscono spesso per interessare la collettività. Ed ecco che lo scontro fra divinità diventa uno scontro tra punti di vista, modi di vivere, ideali, priorità. Una lotta tra egoismo e necessità, fra potere e libertà, vita e morte. Una lettura che sembra direttamente riferirsi al panorama dei tempi moderni, facendo leva sull’attualità del mito senza modernizzarlo.
L’ingresso in sala del pubblico è accolto da un’azione ripetuta ossessivamente: Efesto sposta legna. Smonta una catasta, poi la rimonta. Compare e scompare dallo spazio scenico nei meandri della sua fucina, guardandosi intorno come disturbato da una presenza, quella di Prometeo, che lo osserva cercando di rimanere nell’ombra. Riecheggiano rumori postindustriali di fabbriche: colpi, fischi, fruscii sono l’ambientazione sonora di uno spettacolo in cui tutto si scarnifica per cercare di attraversare il tempo e approdare oltre il contemporaneo.
Un’istallazione, che sembra un vulcano sciolto in una colata di piombo fuso, è, insieme all’incudine e pochi elementi simbolici e funzionali, protagonista di una scena scarna ma potente. Dal cratere, esce a inizio spettacolo Bios – interpretata da Loredana Bruno intensa e forte nel gesto – che rappresenta il principio vitale: Vita, Fuoco, Terra e Giustezza.
Veste i panni di Efesto un colossale Sergio Basile, attore allievo di Gassman e Albertazzi, con una carriera lunga e prolifica alle spalle e collaborazioni di grande rilievo con Giorgio Albertazzi, Vittorio Gassman, Enrico Maria Salerno, Glauco Mauri, Elena Zareschi, Mariano Rigillo, Gigi Proietti, Jerzy Sthur, Pamela Villoresi, Irene Papas, Giulio Brogi, e registi come Luigi Squarzina, Mario Missiroli, Franco Zeffirelli, Egisto Marcucci, Memè Perlini, Alvaro Piccardi, Roberto Guicciardini, Giovanni Testori, Pietro Carriglio, Claudio Collovà.
Basile regala un’interpretazione profonda che squarcia il dolore per dare corpo a ogni parola, ogni silenzio, ogni respiro di un Efesto stanco e dolente, conservatore rispettoso di ruoli e gerarchie, con una visione proiettata sulla lunga durata.
Al contrario Prometeo – un Oreste De Pasquale chiamato a un’interpretazione totalmente irriverente del titanico Prometeo  – è arso da un impeto che lo porta a cercare di ottenere quel che vuole, in qualsiasi modo. Per Prometeo non è importante il mezzo, ma solo il fine immediato. Lo scontro, che vive e si consuma nella dialettica del pensiero, tra sofismi e idealismi, diventa soffuso, ombroso, onirico, eppure plasticamente materico grazie anche alle luci.
Prometheus rappresenta – secondo la regista e drammaturga – «la fotografia di una passività tutta moderna, attraversata contemporaneamente dalla tragedia del pensiero, o meglio dell’assenza di pensiero. Noi restiamo impotenti ad osservare lo scorrere inesorabile del tempo e della vita, come se fosse energia che si disperde. Collaboriamo alla sua distruzione, concorriamo ad accelerare il processo, ci esimiamo da ogni forma di responsabilità attiva».