#Messina. Il futuro della rappresentanza politica e i gettonifici

Gino Sturniolo
Gino Sturniolo

Per quanto si possa parlar male della rappresentanza politica non è mai abbastanza. La sua fine è ormai palpabile e le polemiche sul gettonificio ne sanciscono l’obsolescenza piuttosto che avvicinarla.

Non sarò certo io a rimpiangerla e quando sarà definitivamente sepolta sarò felice se scoprirò che le nuove forme della partecipazione alla vita politica si saranno diffuse: più dirette, più partecipate, più democratiche.

Le assemblee elettive non contano più quasi nulla. Hanno pochissime compiti e pochissime prerogative. Il più delle volte devono indovinare da che parte andare per stare dentro parametri che altri, lontano, hanno segnato dettando tempi, regole e scorciatoie.

Il più delle volte all’eletto di quelle più periferiche (i Consigli comunali) tocca più capire come fare a stare al di qua dell’ipotesi di reato che esprimere liberamente il proprio punto di vista.

Se non fossero così residuali non si farebbero trattare così male da un modesto conduttore come Giletti. Se rappresentassero ancora qualcosa, se il voto espresso dai cittadini servisse ancora a spostare di qua o di là le risorse economiche, se servisse a disegnare le città, se servisse a organizzare i servizi, se potesse rilanciare l’economia, il rapporto con gli elettori sarebbe tale da obbligare a un maggiore rispetto.

Perché il punto è questo, un’ elettiva non è una fabbrica, non produce merce. Rappresenta (o dovrebbe farlo) posizioni politiche, proposte alternative, maggioranze e minoranze della società, istanze, interessi, aspettative.

Il compito di un Consiglio comunale non è produrre, è controllare il lavoro dell’esecutivo. In questo sta la sua importanza dal punto di vista democratico. Per questo motivo l’azione di un consigliere comunale non si misura a peso. Si commenta, si analizza, si sputtana, si distrugge, ma sulla base di quanto quel consigliere dice, non dice, propone, contrasta, aderisce, appoggia, sabota, obbedisce, disobbedisce.

Un consigliere si misura sulla base delle posizioni che assume, del voto che dà e delle scelte che determina.

Degli interessi che rappresenta. Non lo si valuta per la quantità della sua produzione. Per un motivo semplice: è stato votato, non assunto. Non lavora per nessuno. I cittadini non sono i suoi datori di lavoro. Hanno semplicemente deciso di essere rappresentati da lui.

Probabilmente lo hanno fatto male, ma questo (almeno in parte) attiene alla loro responsabilità. Dovranno criticarlo, attaccarlo, invitarlo a dimettersi e, possibilmente, non votarlo la prossima volta.

Certo, ci saranno un mucchio di eletti che saranno lì seduti non per le loro idee o perché rappresentano interessi di carattere generale, ma perché hanno sommato micro-interessi personali, clientele, favori. Saranno colpiti dalla campagna contro il gettonificio? No di sicuro. Chi li vota lo fa per un vantaggio personale e presuppone che anche loro lo abbiano.

Misurare i consiglieri a peso e non per le posizioni politiche che esprimono, non per la qualità dei loro interventi, non per la loro capacità di avere una visione del futuro del che rappresentano rischia di mettere tutti nello stesso mazzo e di favorire proprio quelli che si vorrebbero denunciare.

Il gettonificio fa schifo. Fanno schifo i privilegi dei parlamentari, fanno schifo le caste e, in larga misura, fanno schifo anche i partiti. Fa schifo il pagamento degli oneri riflessi? In molti casi probabilmente sì, ma quelli falsi, inventati, non quelli di uno che, semplicemente, dipende da un’azienda privata ed è eletto. Altrimenti, il rischio è che la politica la faranno i ricchi o i rappresentanti delle lobby.

Se, però, tutto questo è assunto senza discernere, senza cercare nuove forme della politica, se dentro la rappresentanza (anche residuale, anche fragile) non sono valorizzate le espressioni migliori, il risultato è l’esaltazione degli esecutivi, con conseguente compressione della democrazia. È questo che è accaduto in Italia in questi anni.

L’attacco alla casta, ai privilegi, ai partiti, aveva il preciso obiettivo di distruggere la partecipazione di massa e non si è tradotto in un rinnovamento della politica, ma in una esaltazione dell’accentramento delle decisioni. E allora, quindi, non resta che abbandonarle le assemblee elettive. Alla fine ne resterà uno solo. Sarà un po’ dittatoriale, ma almeno risparmieremo.

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