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Le promesse di Mussolini

Mussolini durante la visita a Messina

Oggi viene a Messina l’uomo più grande del mondo intero. Da un capo all’altro dell’isola e dell’impero echeggia travolgente un grido: viva il Duce”. Così annunciava l’arrivo di Benito Mussolini a Messina, il 10 agosto 1937, con un titolo a nove colonne, la Gazzetta di Messina e della Calabria.

Partito da Gaeta il 9 agosto a bordo della nave Aurora, scortato dall’incrociatore Pola, dai cacciatorpedinieri Nembo, Fulmine, Folgore, Lampo, Baleno e dalle torpediniere Andromeda, Antares, Aldebaran, Altair e Astore (no, non eravamo ancora in guerra…), il Duce sbarcava in Sicilia per inaugurare nuove opere, ma soprattutto per assistere alle manovre militari basate sull’ipotesi di uno sbarco di truppe nemiche sulle coste occidentali dell’isola: ipotesi, al tempo, assolutamente lontana, quasi “impossibile”.

 “Il mio viaggio in Sicilia ha scopi pacifici e costruttivi”, proclamava fiero dall’imponente prora costruita dinnanzi l’ingresso del palazzo municipale.

Ecco i passaggi salienti del suo discorso, durato una decina di minuti e continuamente interrotto da acclamazioni e applausi delle circa 300.000 persone accorse anche dalla costa calabra per assistere allo spettacolo.

Sono venuto per vedere, per constatare quello che si è fatto, per vedere e constatare quello che si sta facendo, ma soprattutto per vedere quello che resta ancora da fare”: con queste parole Mussolini principia il suo discorso alla festante folla messinese. Ed infatti, durante la sua visita, oltre ad un giro per le vie principali della città su una macchina scoperta, il Duce inaugurava i lavori di demolizione dell’edificio della vecchia stazione ferroviaria ed oltre 308 nuovi alloggi popolari a Camaro.

Mussolini, però, aveva progetti ambiziosi per la città dello Stretto: “ho visto

venendo dal mare un ciglione dove esistono ancora delle baracche, ora io vi dico che porremo assolutamente fine, e nel termine di tempo più rapido possibile, a questi residuati che devono assolutamente scomparire”. Le baracche risalenti al terremoto del 1908, infatti, nei piani del Duce dovevano scomparire contestualmente all’inaugurazione di “una grande stazione marittima e terrestre per la quale ho dato la data di inaugurazione: 28 ottobre 1939. Cosi vi dico che per la stessa epoca non ci saranno mai più baracche a Messina”.

Una bella sfida anche per il regime, quella di eliminare ogni traccia del terremoto del 1908 dalla terra martoriata di Messina, sebbene i fascisti si vantassero “di avere cancellato dal dizionario della lingua italiana la parola impossibile”.

Una sfida di cui non sfuggiva la complessità nemmeno al Duce stesso, che infatti chiosava, subito dopo la grande promessa fatta ai messinesi di eliminare le baracche: “C’è forse qualcuno tra voi che possa dubitare della volontà infrangibile del regime? Che possa dubitare che le mie promesse non saranno rigorosamente mantenute?” Incontenibili, urla di acclamazione e consenso levatesi dalla Piazza, salutarono l’uomo del futuro e della speranza.

Quel pomeriggio,  il duce visitò l’Ospedale Margherita, la colonia di Camaro e quella di Mortelle, la sera incontrò in Prefettura le autorità locali, quindi si affacciò dal balcone per salutare la folla che l’acclamava e partì alla volta di Catania, per terminare il suo viaggio a Palermo.

Nelle parole di un poeta del tempo, leggiamo la trepidante attesa, fatta di orgoglio e fiducia: “ Gente dell’isola…quand’egli verrà, con su l’elmetto di acciaio, la terra amorosa e garibaldina profumata di zagara e zolfo, splenda come una carena arroventata sul mare che ingoiò Cartagine 

L’immanente ed incancellabile traccia del terremoto, rappresentata dalle nostre baracche, ha resistito finanche all’infrangibile volontà del regime.