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#Messina. DIA sequestra patrimonio del boss Pellegrino

Giuseppe Pellegrino
Giuseppe Pellegrino

Nuovo attacco ai clan mafiosi della città. Dalle prime luci dell’alba si sta eseguendo il sequestro del patrimonio nei confronti del noto mafioso Giuseppe Pellegrino, attualmente in carcere e legato prima al clan Sparacio e poi al clan Spartà. Il sequestro, eseguito dal personale della DIA di Messina insieme al Centro Operativo di Catania, su proposta del direttore Nunzio Antonio Ferla in sinergia con la Procura della Repubblica diretta dal procuratore Guido Lo Forte, è stato disposto dal Tribunale di Messina, Sezione Misure di PrevenzioneIl provvedimento, ancora in fase di esecuzione, riguarda l’intero patrimonio del soggetto (valutato intorno ai 5 milioni di euro) e comprende anche aziende intestate a prestanome. Maggiori dettagli dell’operazione saranno illustrati nel corso della conferenza stampa che si terrà alle 10.30 nella sede della Sezione Operativa DIA di Messina alla presenza del sostituto procuratore della DDA Maria Pellegrino.

Aggiornamento 11.04

Il sequestro disposto dal Tribunale di Messina, su proposta del direttore della DIA Nunzio Antonio Ferla, scaturisce da una complessa attività d’indagine economico patrimoniale che ha permesso di dimostrare l’evidente incongruenza dei redditi dichiarati dell’intero nucleo familiare di Giuseppe Pellegrino rispetto al patrimonio accumulato nel tempo,  posseduto anche attraverso la costituzione di società create ad hoc. Sequestrate 4 aziende attive nel settore delle onoranze funebri, dell’edilizia e della vendita di alimentari, un fabbricato e diversi rapporti finanziari. Il tutto, per un valore complessivo di 5 milioni di euro.

Pellegrino, per il proprio peso criminale, è stato coinvolto in vicende giudiziarie che hanno interessato l’area ionica della provincia di Messina. In particolare nella zona sud della città, a Santa Margherita, tra gli anni ’80 e ’90 la famiglia Pellegrino era l’antagonista dei Vitale, dando vita a una guerra di mafia contrastata poi nell’Operazione Faida, che portò all’arresto di Pellegrino e alla sua condanna a 30 anni, pena che attualmente sta scontando. Secondo quanto emerso in fase processuale, inizialmente i Pellegrino erano legati al clan Sparacio e successivamente con quello degli Spartà. I cattivi rapporti con la famiglia Vitale, anch’essi imprenditori nel settore del movimento terra, culminarono con l’omicidio di Giovanni Pellegrino (fratello di Giuseppe) l’8 febbraio del 1990 per mano di Nicola Vitale. Quest’ultimo fu assolto dalla Corte d’Assise con la motivazione di “aver agito in stato di legittima difesa”.

Una delle imprese sequestrate ai Pellegrino
Una delle imprese sequestrate ai Pellegrino

L’uccisione di Giovanni Pellegrino

rinforzò la guerra tra i due gruppi rivali, dando vita alla stagione delle alleanze mafiose. La famiglia Vitale trovò appoggio nel clan capeggiato dal boss Giorgio Mancuso, mentre quella dei Pellegrino si schierò con le cosche di Iano Ferrara e di Luigi Sparacio. Giuseppe Pellegrino è stato coinvolto anche nelle operazioni Peloritana II e Margherita per gravi fatti di sangue e per estorsione, subendo in entrambi i casi dure condanne. Sorvegliato speciale con obbligo di soggiorno, è stato coinvolto in diversi procedimenti penali. Dall’Operazione Albatros (in quanto ritenuto elemento di vertice dell’associazione mafiosa dedita alle estorsioni, ai danneggiamenti e alle minacce a imprenditori messinesi), all’Operazione Supermercato (perché partecipe di un’associazione per delinquere finalizzata al traffico internazionale di stupefacenti insieme ad altri appartenenti alla criminalità organizzata messinese e calabrese), all’Operazione Domino (che attestò l’esistenza del gruppo criminale Pellegrino e i suoi legami alla cosca mafiosa capeggiata da Giacomo Spartà), fino all’Operazione Icaro, conclusasi con la carcerazione di 44 soggetti (in questo caso, pur non raggiunto dall’ordinanza custodiale, un ruolo considerevole è stato attribuito a lui e ai suoi fratelli Nicola e Domenico).

Da ultimo, Giuseppe Pellegrino è stato indagato nell’ambito di attività recentemente condotte dalla DIA di Messina. Gli elementi raccolti nell’ambito delle attività espletate hanno permesso di colpire i suoi fratelli Nicola e Domenico, con la confisca di un patrimonio di 50 milioni di euro. In quel contesto, è stato documentato che per la realizzazione di manufatti commissionati da soggetti pubblici e privati, le imprese dei Pellegrino utilizzavano forniture di calcestruzzo depotenziato. E’ stato inoltre accertato che nel corso dei colloqui carcerari avvenuti nel 2012, Giuseppe Pellegrino impartiva ai congiunti chiare e puntuali disposizioni per consentire l’inserimento del figlio Manuel Giuseppe nel lucroso settore delle onoranze funebri, avvalendosi della sua appartenenza a Cosa Nostra e delle alleanze fissate durante la sua detenzione con il gruppo catanese della famiglia D’Emanuele, componente il clan dei Santapaola.

Il 12 febbraio scorso per Giuseppe Pellegrino è stata emessa dal GIP del tribunale di Messina un’altra ordinanza di custodia cautelare in carcere in quanto (come hanno dichiarato i collaboratori di giustizia Daniele Santovito, Salvatore Centorrino, Gaetano Barbera e Francesco D’Agostino) è stato indicato, insieme ad Angelo Bonasera quale mandante dell’omicidio di Francesco La Boccetta, commesso a Messina il 13 marzo 2005.

Secondo la ricostruzione degli investigatori, l’omicidio è stato deciso dopo una serie di riunioni avvenute tra Marcello D’Arrigo, Salvatore Centorrino, Daniele Santovito, Angelo Bonasera e Giuseppe Pellegrino mentre erano detenuti nel carcere di Gazzi per punire La Boccetta per aver tradito il proprio gruppo avvicinandosi a quello di Santo Ferrante, oltre che per aver creato dei dissidi all’interno del clan in merito all’appropriazione di una grossa partita di cocaina.