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Messina, città che scivola

La collina sopra l'Annunziata, dove sono evidenti i segni della frana

“La terra trema” è il titolo di un famoso film di Luchino Visconti. “Messina frana” invece, è la sintesi di quello che sta succedendo sotto gli occhi di tutti da decenni senza che nessuno alzi un dito. Per carità, con i finanziamenti arrivati e con quelli che arriveranno, per ammissione dello stesso Gaetano Sciacca, Ingegnere Capo del Genio Civile, Giampilieri è diventata la zona più sicura del territorio comunale. Ma le certezze finiscono qui. 

Un esempio? Basta andare all’Annunziata alta, salendo verso Campo Italia. Anche un non addetto ai lavori si renderebbe immediatamente conto del pericolo che incombe su centinaia di famiglie. Come si vede dalla fotogallery, una parte della collina è già franata e ad occhio nudo si vedono le ferite pronte a lasciar scivolare decine di migliaia di metri cubi di sabbia e terra più a valle. Dove qualcuno ha progettato delle palazzine, qualcun altro le ha approvate con bolli e timbri, qualcun altro ancora, nascondendosi dietro quello che il PRG concede e consente, le ha costruite nell’alveo di un torrente e dove in molti, troppi, vivono sotto la spada di Damocle incombente di un altro disastro. Perché anche un’occhiata superficiale è sufficiente per comprendere che se e quando la collina franerà, inevitabilmente ci sarà una strage. L’area è sabbiosa, il torrente è cementificato, i tubi che avrebbero dovuto convogliare le acque si sono spaccati in due da anni senza che si sia provveduto a sistemarli e la massa di terra che franerà sarà tale che arriverà all’altezza dei primi piani delle abitazioni. 

“Perché è evidente -dichiara Anna Giordano, responsabile locale del WWF, da anni impegnata in una lotta contro i mulini a vento dell’indifferenza- che quello che è successo a Giampilieri l’1 ottobre del 2009 diventerà nulla rispetto a quanto potrebbe verificarsi nella zona nord della città. Evidentemente le tragedie del passato non hanno insegnato alcunché. Basta leggere le cronache della città dei secoli passati per vedere come ciclicamente, di solito ogni 10 anni, Messina sia stata devastata dalle alluvioni. All’inizio del secolo scorso l’Azienda Forestale ha realizzato una grande opera di rimboschimento sull’intero territorio comunale, ma adesso può intervenire solo sulle aree demaniali ed i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Perché le zone dove hanno costruito anche dove il solo buonsenso sconsigliava di farlo, adesso sono bombe ad orologeria che possono esplodere da un momento all’altro. L’ho detto più volte e lo ripeto: per determinare una tragedia di vaste proporzioni non è necessaria una bolla d’acqua come quella del 2009. Per far franare una collina bastano 3 giorni di pioggia leggera. Il terreno si inzuppa, non ci sono né alberi né arbusti a trattenerlo e l’ipotesi di frana diventa una realtà Una realtà che si sarebbe potuta evitare se solo si fosse lavorato sulla prevenzione. Ma evidentemente, al di là dei proclami e delle promesse, a nessuno interessa davvero evitare un disastro e salvare vite umane. Perché quello che non vogliono capire è che quando la montagna cede, non la ferma nessuno”.      

Sulla devastazione della riviera nord sono stati inutilmente versati fiumi d’inchiostro ed allora è meglio spostarsi nel IV Quartiere, non solo il cuore della città ma anche il più popoloso. Da tempo in maniera sistematica il

presidente Francesco Palano Quero ed i membri del Consiglio della Circoscrizione denunciano le gravissime condizioni idrogeologiche del territorio di loro competenza. Di recente, grazie anche ad un accordo con l’Ordine degli Ingegneri ed al contributo volontario di numerosi professionisti, hanno anche prodotto un documento che evidenzia non solo le numerosissime criticità ma anche le possibili soluzioni (tutte con costi minimi) per evitare disastri futuri. Complice forse il caldo ed il clima vacanziero, nessuno sembra avere accolto l’appello, ignorando le micce pronte a prendere fuoco quando tra un paio di mesi inizierà la stagione delle piogge senza che sia stato approntato un serio programma di interventi e di ripristino della legalità. Altro esempio? Il cancello di un complesso privato che blocca l’accesso ad una possibile via di fuga in caso di calamità. Nella relazione dell’Ordine degli Ingegneri è messo tutto nero su bianco. “Al fine di rendere veramente fruibile la Salita Castellaccio -scrivono i professionisti- quantomeno per garantire una valida via di fuga per i mezzi gommati, civili e di soccorso, verificando la possibilità di percorrenza pubblica della strada “chiusa” dal cancello secondario del Complesso “Le Terrazze”) sarebbe necessario prevedere, quantomeno, la pulizia della stessa in prossimità dell’ingresso secondario”. Una sciocchezza a parole, perché basterebbe eliminare il cancello e dare una pulita, ma nei fatti è tutto fermo. Salvo poi pentirsene quando sarà troppo tardi. 

Saltando l’urbanizzazione folle della zona sud della città compresa tra lo svincolo di Gazzi e quello di Tremestieri, quando si arriva ai villaggi della riviera jonica il pericolo incombente è subito evidente, a partire dalla collina che sta lentamente scivolando sulla stazione di Galati Marina. Dove è vero che anche non ci sono insediamenti abitativi, una frana bloccherebbe comunque la strada statale, l’autostrada e la linea ferroviaria con conseguenze facilmente immaginabili per chiunque dovesse essere così sfortunato da passare da quelle parti mentre la collina cede. Ed è inquietante anche il palo della luce spostato di parecchi gradi, con un’inclinazione tale che la dice lunga sulla stabilità del terreno nella zona. A Santa Margherita invece, poco più in là, sono rassegnati. Ogni volta che piove più del dovuto l’allagamento è l’unica certezza, ma anche in questo caso per avere interventi decisivi probabilmente si aspetta la tragedia. Poi, quando non ci sarà più nulla da fare ed il tributo in vite umane e danni materiali ingenti sarà stato pagato, allora arriveranno i finanziamenti e le somme per la messa in sicurezza.

Di seguito la fotogallery con le immagini della collina che sovrasta l’Annunziata alta, le palazzine a valle, la strada che ha ceduto perché l’area è interamente sabbiosa, il tubo di convogliamento delle acque rotto e poi, spostandosi a Galati e a Santa Margherita, la frana incombente.