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Mazzini, deputato messinese

Giuseppe Mazzini

In occasione della mostra “Giuseppe Mazzini: il pensiero, l’azione politica, la vicenda elettorale a Messina nel 1866” che si sta tenendo al teatro Vittorio Emanuele proprio in questi giorni (5-15 maggio), dedichiamo la puntata di questa settimana a ricostruire la particolare vicenda elettorale che pochi anni dopo l’Unità d’Italia ha legato indissolubilmente Giuseppe Mazzini alla nostra città. Il 25 febbraio del 1866, infatti, il patriota genovese fu eletto alla Camera dei deputati da un collegio della città di Messina con 446 voti.

La notizia generò un comprensibile vespaio di polemiche a Firenze, allora capitale d’Italia, per l’ineleggibilità di Mazzini, sul quale pendevano ben due condanne a morte. Una comminata dal tribunale di Genova per i moti del 1857 (il 19 novembre 1857 in primo grado, il 20 marzo 1858 in appello) ed una seconda del tribunale di Parigi per complicità in un attentato contro Napoleone III. 

La giunta del Regno quindi, si trovò nell’incertezza se convalidare o respingere l’elezione. L’opinione pubblica si spaccò in due fazioni, anche se il numeroso movimento repubblicano fece sentire la propria voce in tutta Italia, inneggiando all’amnistia ed alla conseguente ratifica dell’elezione di Giuseppe Mazzini. Quest’ultimo però, non tardò ad irrompere sulla scena nazionale dal suo esilio di Londra ed il 2 marzo inviò a numerose testate italiane una lettera, nella quale ringraziava Messina per la coraggiosa elezione ma rifiutava cordialmente la poltrona per non dover giurare fedeltà alla monarchia italiana. Riportiamo integralmente la lettera di Giuseppe Mazzini, così come apparse sul numero de “l’Unità Cattolica” del 2/3/1866: 

“Cittadini! Mi avete con fermezza siciliana di volontà, alzato, eleggendomi a deputato vostro, una generosa protesta contro una sentenza, oggi non solamente iniqua, ma assurda, che mi danna nel corpo per avere, prima d’altri, tentato l’unità della patria; iniqua perché condanna in me ciò, che la monarchia condannatrice accetta come sua ragion d’essere e base del suo potere; assurda, perché si prolunga quando il regno sardo, che la emanò, ha cessato d’esistere. La protesta vostra ha messo, tra voi e me, un vincolo speciale d’amore, che durerà finch’io viva. Io non nacqui tra voi, né mai – e mi è dolore il pensarlo – visitai l’Isola vostra. Protestando, voi non avete obbedito a impulso d’affetti personali, ma al culto della santa idea che abbiamo comune, ed è la parte migliore di me. Ed io posso accogliere la testimonianza d’onore che avete voluto darmi, non solamente come caro conforto all’esilio, ma come promessa – ed ogni promessa che viene dalla terra delle nobili iniziative è germe di fatti – che quell’idea v’avrà sempre devoti ed arditi seguaci. Ho chiamato l’elezione vostra protesta, ed ecco perché. Ignoro, mentr’io vi scrivo, ciò che la Camera farà a mio riguardo; ma so ciò ch’io debbo fare, per morire in pace con la mia coscienza, e non indegno di voi. Io giurai – 34 anni addietro – fede all’Italia ma repubblicana. Tacqui della mia fede quando il paese intiero dissentiva e decretava un esperimento su via diversa: non la rinnegai. Secondai, come mi pare debito, e quanto a me individuo

era dato, ciò che potea giovare a risolvere la prima meta del problema; ma senza mai convertire, come altri fece, in principio assoluto ciò che non poteva essere per noi tutti se non base, per un tempo all’esperimento. Spinsi l’abnegazione sino ad additare alla monarchia per quali gloriose e non difficili vie essa avrebbe potuto compirle; ma non rivocai quel primo mio giuramento, non contrassi vincolo alcuno con chi poteva deludere; non cancellai la libertà dell’intelletto e dell’anima dietro ad una ipotesi. Ed oggi che, per me almeno, quello esperimento è senza frutto compito – oggi che la Monarchia, statuita, con aperta violazione dei plebisciti, Firenze metropoli, accetta, da un lato, una convenzione che sancisce l’esistenza in Italia di due sovranità temporali, e sbanda dall’altro un esercito che, con rovina della finanza, era stato ordinato per emancipare Venezia – io non potrei – né voi lo vorreste – falsare l’antico unico mio giuramento, giurando alla monarchia e a uno statuto anteriore alla vita nazionale d’Italia, e che non è, né può esserne la formula. Convinto più sempre che l’istituzione dalla quale oggi è retto il paese è inefficace a fare l’Italia una, libera, prospera e grande, come noi, voi e io, l’intendiamo, darei giurando le fedeltà, un esempio d’immoralità politica a’ miei fratelli di patria ed un perenne rimorso all’anima mia. Abbiatemi, ora e sempre, fratello ed amico riconoscente”.  

Un'antica immagine della Villa Mazzini

Nonostante la formale rinuncia di Mazzini alla carica, il governo italiano dovette comunque esprimere parere ufficiale sull’elezione messinese e, dopo numerose riunioni intercorse a Palazzo della Signoria, su un totale di 298 votanti 191 deputati si schierarono contro la sua elezione annullando, di fatto, la volontà dell’elettorato peloritano.

Due mesi dopo, la popolazione di Messina fu richiamata alle urne per esprimere nuovamente il proprio pensiero e in barba a 60 giorni di polemiche rielesse Giuseppe Mazzini. In un incredibile e quanto mai inutile braccio di ferro, dopo una nuova discussione il 18 giugno 1866 la Camera annullò nuovamente l’elezione di Messina con 146 voti contro 145.

Il 18 novembre però, la città dello Stretto, più che mai risoluta nelle proprie convinzioni, elesse per la terza volta Giuseppe Mazzini, con la quasi totalità dei consensi, piegando finalmente il governo italiano alle proprie decisioni ed il 21 novembre, dal Salone dei Cinquecento di Firenze, arrivò la convalida all’elezione decretata dai messinesi.

Ovviamente, nonostante il via libera concesso dal regno d’Italia, Mazzini rimase fermo nella propria decisione di non accettare la carica di deputato della monarchia, evidenziando un’integrità morale al di fuori dal comune. Non fece mai parte del parlamento italiano ma insieme a Messina vinse la sua personale battaglia costringendo il governo a concedergli un salvacondotto per fini politici. Nonostante questa deroga, la condanna a morte non fu mai cancellata e quando pochi anni dopo il patriota ligure tentò di arrivare in Sicilia per abbracciare la cittadinanza che con ferreo orgoglio l’aveva eletto deputato, fu arrestato a Palermo dalla polizia. Dopo alcuni anni d’esilio, morì sotto falsa identità a Pisa nel 1872. Messina, ad imperitura memoria, alla fine del XIX secolo, gli dedicò il parco centrale della città.