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Massimo Giacoppo, sognando Rio de Janeiro

Massimo Giacoppo

Si dirà di questo ragazzo: “la grinta c’è, ma dopo questi risultati si perderà di certo”. Una frase così inflazionata non merita commenti, ma solo fatti, perché è di questo che si deve parlare, di fatti. Il ragazzo in questione è Massimo Giacoppo, classe 1983, e il fatto si chiama medaglia d’argento alle Olimpiadi di Londra 2012. Cresciuto nelle squadre cittadine è riuscito poi, con la sua sola forza di volontà, a conquistarsi obiettivi sempre più importanti, fino alla convocazione in Nazionale. Cosi, in una calda mattina di agosto, dopo aver ricevuto la targa di ringraziamento dal sindaco Buzzanca, si è fermato a parlare con noi. 

Le Olimpiadi sono una grande manifestazione sportiva, ma anche un momento d’incontro tra atleti di nazionalità diverse, ognuno con i propri metodi di lavoro. Quanto sacrificio c’è dietro alla preparazione di una manifestazione di questo genere? “Penso che il sacrificio sia alla base di qualsiasi competizione agonistica. Ricordo un mio compagno di squadra che durante la preparazione estiva, quando io discussi con lui dei sacrifici che avevo fatto, mi disse: “per raggiungere grandi risultati bisogna fare grandi sacrifici” ed è effettivamente poi è proprio questo che genera coesione, voglia di stupire e di sconvolgere, voglia di combattere”. 

In Italia si parla tanto di sport, ma sullo sfondo di questa grande passione c’è un’Italia in difficoltà che non riesce ad uscire dalla crisi. Il riscatto di questo Paese può passare dalla determinazione, la grinta e l’agonismo che si mettono in una competizione sportiva? “Sì, certamente e le dirò di più. L’agonismo nello sport, che è quello che fa la differenza, deve essere sempre un esempio di come con la volontà e il desiderio di fare bene si possa andare lontano, al di là del fatto che si può anche perdere e che non è una tragedia. In ogni parte della società dobbiamo si deve trovare la forza di reagire”. 

Abbiamo parlato di società e i giovani sono il futuro di essa. Da giovane cosa vorrebbe dire ai suoi coetanei? “Seguite le vostre passioni, non mollate mai e credete sempre nei vostri sogni perché ne vale veramente la pena e io ne sono la dimostrazione. La nostra è una città umile dove la pallanuoto non aveva una grandissima tradizione. Invece adesso sta iniziando a sognare in grande e questa è la più grande soddisfazione per chi come me ha sempre creduto in questa disciplina”. 

Messina è piena di problemi e vive il paradosso dell’isolamento culturale e sociale, nonostante le grandi potenzialità non sfruttate da una gestione delle risorse mai adeguata. “Come Messina tante altre città vivono questo paradosso. Certo, le vicissitudini di questo territorio hanno rallentato molto la crescita sotto tutti i punti di vista. Però io amo la mia città. Quando torno è sempre una grande emozione e questo mi convince che si può sempre migliorare, si può andare oltre le difficoltà. Non demoralizziamoci, ma pensiamo a creare cose importanti e positive”. 

Dopo questa medaglia d’argento, riconoscimento di una certa valenza ma che lascia comunque l’amaro in bocca, cosa si aspetta per il futuro? “So che mi aspettano quattro anni di duro lavoro, anche perché dopo i buoni risultati è facile cullarsi un po’, guardando indietro e trovando successi di un certo livello. Invece è proprio adesso che si vedono la forza di un atleta e anche la serietà direi. Quindi, sempre duro lavoro guardando avanti”. 

Si è discusso molto del grande flop del nuoto a queste Olimpiadi, inaspettato sicuramente ma che fa riflettere. “Io mi schiero assolutamente dalla loro parte, perché una stagione fatta di errori di metodo, sia fisico che mentale, quindi di preparazione, può capitare a tutti. In particolare, per la Pellegrini, che è stata pesantemente bersagliata dai media. Ma bisogna rendersi conto che siamo comunque esseri umani e che queste cose possono succedere. Come lei anche tanti altri sono tutti grandi professionisti e sono convinto che si rialzeranno presto”.