Luglio 1860: Garibaldi entra a Messina

L'entrata di Garibaldi a Messina

Continuando il viaggio tra le pieghe della storia della nostra città, ci soffermiamo ancora sui continui richiami che Messina ci invia dalle strade, dalle lapidi, dagli edifici che ci circondano e che ci parlano di un glorioso passato.

Un passato che Messina ha vissuto da protagonista, non da comparsa. Un passato che, ad esempio, ci parla del passaggio di Garibaldi e delle sue camicie rosse il 27 luglio 1860.

La cronaca febbrile di quei giorni, così come si legge nel volume “Messina e Dintorni, Guida a cura del Municipio”, Messina, 1902 riporta che “La restaurazione borbonica, la presenza di una guarnigione numerosa, e la minaccia continua delle bocche a fuoco della Cittadella e degli altri fortilizi, non sgomentarono la nostra popolazione, che nel 1856 e nel 1859 proruppe in aperte dimostrazioni di simpatia per la bandiera piemontese, preconizzata segno della riscossa e della vittoria. Dopo i successi del 4 Aprile 1860 in Palermo, mossero anch’essi in aperta ribellione i Messinesi, il giorno di Pasqua, 8 Aprile.

I più intrepidi presero la campagna per organizzarsi, formando taluni un campo a Taormina, e gli altri sulle alture della Reginella, presso il colle S. Rizzo, mentre che il Comitato insurrezionale faceva i suoi primi atti nel villaggio Castanea, e poscia stabiliva la sede del governo provvisorio a Barcellona, dove formavasi il campo e ordinavansi le forze rispetto a quelle borboniche, stanziate a Milazzo. Sopraggiunta la brigata Medici e immediatamente il Generale Garibaldi con le sue gloriose schiere, vinsero a Corriolo (17 Luglio)

e poscia a Milazzo (20 Luglio 1860).

Contemporanee trattative fra il maresciallo Clary ed il generale Medici produssero lo sgombro delle truppe borboniche dalla città, e la conclusione di un armistizio rimandava alla fine della guerra lo sgombro della Cittadella. Così Messina era salva da nuova guerra. Non eccessi di sangue si ebbero a deplorare, e dalla stessa popolazione furon rispettate, siccome opere d’arte pregevolissime, le due statue dei re borbonici, tra cui quella in bronzo di Ferdinando II, modellata dal sommo Pietro Tenerani, che venne trasportata al Museo.

Il giorno 27 Luglio 1860, Venerdì, alle 3 pom. Garibaldi entrava in Messina, la quale con concorso di uomini e di mezzi fortificò il suo Stretto, alloggiò tutte le forze garibaldine, facilitò al gran capitano il passaggio sul continente. Il 12 Marzo 1861 la storica Cittadella di Messina, ultimo propugnacolo dei Borboni, dai quali era stata tenuta sin dal 1735, cadeva sotto la spada trionfatrice del generale Cialdini. Due mesi appresso, con splendido ricevimento e con gli entusiasmi di quei giorni solenni, la città accoglieva Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia.

Nelle lotte successive combattute per l’unità e per l’indipendenza della patria, per l’onore della bandiera nazionale, dal 1866 al recente disastro di Adua, Messina ha contribuito col sangue di baldi e generosi suoi figli; ma essa ha supremo il diritto alla benemerenza della nuova Italia per aver sacrificato, in omaggio all’unità, quelle secolari franchigie ch’eran tanta parte delle sue antiche tradizioni e della sua floridezza economica.

Simbolico, l’episodio delle statue non danneggiate, ma riposte al Museo intonse. La ribellione composta dei messinesi del 1860, così come descritta dalle cronache del tempo, ci regala un esempio di civiltà e rispetto cui oggi si dovrebbe guardare con maggiore attenzione.

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