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L’omicidio Manca e il super testimone

Attilio Manca

E come sempre in Italia, anche per l’omicidio di Attilio Manca arriva un super testimone. Ad ammetterlo il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso, che durante un’audizione al CSM ha di alcuni anni fa ha parlato di un incontro a tre tra lui, l’allora Procuratore Nazionale Antimafia Pier Luigi Vigna e un terzo personaggio, il super testimone appunto, che conferma la presenza nell’Alto Lazio alla fine del 2003 di Bernardo Provenzano. Fatto questo, venuto fuori di recente in merito alla vicenda della cattura di Provenzano, che conferma la tesi sempre sostenuta dalla famiglia dell’urologo barcellonese Attilio Manca: è stato lui ad operare il mafioso Provenzano e per cancellare ogni traccia il medico è stato ucciso. In maniera peraltro molto maldestra. Perché quando si cerca di inscenare un suicidio, si dovrebbe avere almeno l’intelligenza di prendere qualche informazione sulla persona da eliminare. Invece niente. 

Ignorando che Attilio Manca è un mancino puro, che persino opera con la mano sinistra. E se uno è mancino, come è possibile che si inietti nel braccio sinistro non una, bensì due dosi di droga? E se un drogato (perché così hanno cercato di descriverlo quando la potente macchina del fango barcellonese si è messa in moto) ha un tale bisogno di stupefacenti da iniettarsi due dosi, è davvero credibile che subito dopo, preso da un quanto mai improbabile delirio da desperate housewife, copra gli aghi delle siringhe con un cappuccio e le getti nell’immondizia, avendo prima cura di pulirle così che, quando dopo 8 anni il PM di Viterbo che segue il processo si decide finalmente a farle analizzare, i RIS constatano la totale assenza di impronte? E sempre sulle impronte scivolano gli sprovveduti killer, che dopo avere selvaggiamente picchiato e ucciso Attilio Manca, non solo ripuliscono l’appartamento da carte e appunti, ma anche da qualsiasi altra traccia. Salvo dimenticare in bagno quelle di Manca e di un suo cugino, Ugo Manca, peraltro coinvolto nel mega processo contro la mafia barcellonese Mare nostrum, dal quale comunque uscirà indenne. 

“Il fatto che il procuratore Grasso ammetta la presenza di un super testimone nell’Alto Lazio alla fine del 2003 -spiega Gianluca Manca, avvocato e fratello dell’urologo ucciso- è la prova di quello che noi andiamo sostenendo da anni: ad operare Provenzano a Marsiglia nell’ottobre di quell’anno è stato Attilio. Poi è stato necessario cancellare ogni traccia e mio fratello è stato ucciso. Ma la verità, anche se non abbiamo prove concrete, è questa”. 

Attilio Manca con i genitori Angela e Gino

E come l’avvocato Manca ribadisce durante l’ultima puntata di “Servizio Pubblico”, la trasmissione di Michele Santoro, sono proprio le prove mancanti la buccia di banana sulla quale scivola il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso. “Per fare luce sull’omicidio di mio fratello -spiega Manca- ci siano rivolti a lui. Che però ci ha fatto sapere tramite un giornalista che se gli avessimo fornito

le prove della presenza di Attilio a Marsiglia nell’ottobre del 2003 avrebbe indagato. In pratica la mia famiglia, composta da semplici cittadini e non da inquirenti, avrebbe dovuto indagare per conto proprio e fornire le prove alla Procura Nazionale Antimafia. Sinceramente, questo atteggiamento ci ha lasciati piuttosto perplessi”.

Ma a lasciare perplessi in questa storia che va avanti da otto anni solo grazie al coraggio della famiglia Manca, che mai si è arresa alla storiella della morte per overdose, c’è anche dell’altro. A partire dai tabulati telefonici richiesti dai genitori e dal fratello dell’urologo barcellonese e mai ottenuti. O dalle due versioni contrastanti date dal medico legale rispetto all’ora del decesso di Manca: la prima sosteneva che non era possibile stabilirla, la seconda invece che fosse avvenuta il 10 febbraio 2004. Peccato però che proprio la sera prima il medico avesse telefonato alla madre Angela, raccontandole che sarebbe andato a cena con il proprio primario. 

Una donna tranquilla come ce ne sono tante Angela Manca, che fino a quando non le hanno ucciso il figlio non sapeva neanche chi fosse uno come Provenzano. Da allora, insieme al marito Gino e al figlio Gianluca, ha fatto della ricerca della verità la sua ragione di vita. E se le si chiede chi ha ucciso Attilio non ha dubbi. “L’ho sempre detto -ribadisce per l’ennesima volta durante la trasmissione di Santoro- non è stato Provenzano. A uccidere mio figlio è stata quella rete di protezione e di istituzioni deviate che ha protetto Provenzano durante la sua latitanza”. 

Gianluca Manca

Parole dure come pietre, ripetute all’infinito, che le sono costate l’isolamento da parte della buona società barcellonese della quale fino ad allora aveva fatto parte. Spariti amici di sempre e parenti, alla famiglia Manca è rimasta solo la consapevolezza che ad uccidere Attilio non è stata solo la mafia da tritolo e “pizzini” sgrammaticati da far paura che controlla appalti, estorsioni e traffico di droga, ma anche quella che siede nei salotti buoni, frequenta i circoli “giusti” e tra una partita di carte e una processione religiosa fa affari e controlla appalti ed elezioni. 

Ma se è vero che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi, dopo anni di ostruzionismo anche da parte degli inquirenti (per due volte il pubblico ministero di Viterbo ha cercato di archiviare le indagini senza riuscirci solo grazie all’ostinazione dei familiari dell’urologo di Barcellona) riportare alla ribalta nazionale il caso Manca è stata la storia, saltata fuori di recente, che prima dell’arresto avvenuto nell’aprile del 2006 Bernardo Provenzano abbia tentato di raggiungere un accordo con lo Stato. Accordo saltato, almeno apparentemente, ma intanto una frase detta incidentalmente (alla fine del 2003 Provenzano si trovava nell’Alto Lazio) e confermata dal Procuratore Generale di Ancona Enzo Macrì, avvalora la tesi della famiglia Manca. 

“Alto Lazio -puntualizza Gianluca Manca- significa Viterbo e Viterbo è la città dove mio fratello Attilio viveva e lavorava e dove è stato ucciso. Adesso aspettiamo che chi ha ruolo e competenze faccia piena luce su quello che già sappiamo e che deve solo essere provato. Non da noi ovviamente”.