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L’Italia? E’ un Belpaese, ma solo per i figli di papà

Giorgio De Rita
Giorgio De Rita

L’Italia è veramente straordinaria. O, per meglio dire, nel bene e nel male, è un Paese fuori dall’ordinario. Nel resto del mondo, il futuro è già arrivato.

La Cina si appresta a scalzare gli Stati Uniti, conquistando il vertice nella classifica delle potenze mondiali, la NASA sta lavorando alla colonizzazione di Marte, le auto si guideranno presto da sole grazie ai sistemi computerizzati.

Eppure, in Italia comandano sempre le stesse persone, da decenni. Un’allegra congrega di signori di una certa età, che presidia manu militari poltrone e incarichi. Forse con la sola eccezione della politica nazionale, ma questa è una storia ancora tutta da scrivere, perché non sappiamo ancora se dopo l’uragano della rivoluzione tornerà il vento caldo della restaurazione…

Quando qualcuno di questi signori è costretto a farsi da parte, per raggiunti limiti di età, la successione spesso diventa una questione di famiglia. Come nel caso del Presidente del CENSIS, riportato da Il Fatto Quotidiano.

Giorgio De Rita, figlio del presidente del CENSIS Giuseppe De Rita, è stato appena nominato segretario generale della Fondazione, con funzioni di Direttore Generale. Per carità, nessuno mette in dubbio le competenze e il curriculum di De Rita Jr.

Però, come osserva giustamente Eleonora Bianchini nel suo articolo su Il Fatto Quotidiano, fa un po’ specie che persino una prestigiosa Fondazione come il CENSIS, impegnata da anni a sostenere la questione giovanile e a denunziare il nepotismo, scelga come successore designato al vertice dell’organizzazione il figlio dell’attuale presidente.

La successione familiare è una pratica molto diffusa, al Sud come al Nord. Nella politica, nelle amministrazioni pubbliche, nelle università, nei giornali, nelle banche, nelle imprese e nel no profit, il cognome conta. E il merito che è riconosciuto e premiato nelle organizzazioni pubbliche e private è troppo spesso quello di essere nato nella famiglia giusta.

Giuseppe De Rita
Giuseppe De Rita

Le recentissime cronache giudiziarie romane, confermano indirettamente che l’Italia è ancora un Paese familista.

In cui il legame di appartenenza alla famiglia allargata, che include gli amici e, ovviamente, gli amici degli amici, prevale sul senso civico.

A distanza di duemila anni, a Roma (come nel resto del nostro Paese), evidentemente, non è cambiato nulla.

Con la differenza che, ai tempi dei Cesari, i clientes erano legati alle grandi famiglie patrizie, che si spartivano il potere e distribuivano incarichi e prebende.

Adesso i clientes della Capitale, a quanto pare, si affidano ai reduci dell’eversione nera, spesso anche con trascorsi di criminalità comune, che godono di entrature non solo nella politica (di destra e di sinistra), ma anche in una certa borghesia romana. Evidentemente, è proprio vero che il nero sta bene su tutto.

E sia chiaro che non dobbiamo pensare che il familismo sia un’esclusiva del Centro-Sud. Basta dare un’occhiata agli organigrammi dei consigli di amministrazione di molte banche e aziende del Settentrione, per rendersi conto che anche al Nord tengono famiglia.

Per i giovani che non hanno avuto la fortuna di nascere nella famiglia giusta, spesso rimane una sola alternativa: accettare lavori precari, sotto-qualificati e poco pagati, o emigrare. Perché i lavori più qualificati (e retribuiti) vanno ai figli di papà.

Il sistema toglie ai giovani la speranza di migliorare la propria condizione personale e sociale, con lo studio e il lavoro. Si sta rubando il futuro delle nuove generazioni, che è allo stesso tempo il futuro del nostro Paese. (foto saperi.forumpa.it e aclibergamo.it)

Fabrizio Maimone

Messinese ca scoccia e romano di adozione. Ricercatore (molto) precario, collabora a progetti di ricerca su temi al confine tra sociologia, management e organizzazione, in Italia e all’estero. Insegna organizzazione aziendale all’università ed è docente di management e comunicazione. È formatore e consulente di direzione per le migliori e le peggiori aziende, italiane e multinazionali. La sua passione per la comunicazione (non solo) digitale è seconda solo a quella per la tavola, le buone letture e i viaggi.