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L’insostenibile leggerezza dell’essere onlàin

E’ vero che nessuna può sperimentare due volte lo stesso legame (già Eraclito sosteneva che non ci si può bagnare due volte nello stesso fiume) perché ogni storia è un evento definitivo e irripetibile.

Di contro, è vero che potremmo anche far tesoro delle esperienze passate (nostre e delle nostre consorelle) per riconoscere il Der Mann ohne Eigenschaften (l’uomo senza qualità) ed evitare la storia inutile. Tuttavia, soprattutto nel fantastico mondo del duepuntozero, ogni elemento tende all’approssimazione, così anche la conoscenza e gli indizi sull’identità altrui.

Ci ritroviamo così, tra un tweet e un like, a reiterare gli errori commessi e fidarci della prima impressione dell’onlàin.

Quando non c’erano queste maledette piazzette social e c’erano invece solo i muretti o le birrerie, l’avvio della pseudo-relazione ci concedeva maggiori ammortizzatori sentimentali. Era sì più complicato, ma il de visu era meno menzognero delle informazioni del profilo (anche senza scomodare Lombroso).

Su twitter ci lasciamo sedurre da una frase, da un anacoluto, ci facciamo intrigare da una immaginata rispondenza tra intenti e “mi piace” (io stessa su twitter avrei già individuato cinque o sei uomini da fidanzarsi, uno da sposare e un paio di uomini touch and go). Su facebook poi, ci innamoriamo di una foto (chi, prima di decidere se concedere o no l’amicizia a uno sconosciuto, non fa la radiografia dell’album?).

E si comincia, in maniera chirurgica e seriale (seriale è aggettivo autoriferito) con l’intercettare un costrutto grammaticale di particolare sagacia, follouarne l’autore per un po’ (qualche sporadico retweet può avere la stessa valenza di un sorriso complice) e poi, osare il dm (il messaggio diretto in privato).

Otto

volte su dieci la nostra intraprendenza non ha alcun riscontro (al ventisettesimo messaggio senza risposta, ho deciso di non scrivere più a @pfavino). Qualora, invece, ai nostri centoquaranta caratteri ne seguono almeno altri cento della controparte, si può passare alla fase “richiesta di amicizia” su fb. Ovvero, andare a spiare le fotografie, i commenti delle eventuali concupite o ex, i gusti musicali e il grado di inserimento sociale.

La relazione giunta a questo punto, per quanto ci riguarda, può considerarsi quasi un work in progress (ovviamente, dovremmo sincerarci dell’interesse corrisposto, altrimenti torniamo ai fidanzatini delle elementari “Sono fidanzata, ma lui non lo sa”). Siamo passate da “Sai mi vedo con un tipo” a “Sai tuittiamo da un bel po’, è una cosa seria”.

Per gran parte delle donne prossime agli anta, lavoratrici full time e affette da pigrizia relazionale e narcolessia sessuale, l’idillio potrebbe continuare così per sempre. Anzi, se proprio vogliamo passeggiare sul piano dell’intimità, possiamo scambiarci i recapiti telefonici (solo per imessage o whatssapp, sia chiaro). Poche, pochissime decidono di andare oltre, di cedere a quei ripetuti “vorrei conoscerti di presenza”, procrastinando finanche la conversazione a voce.

Perché, una cosa è scrivere a manetta ogni pensiero, dal più audace al più impegnato, tutt’altra è esporlo verbalmente con l’imbarazzo che ci fa venire la voce di Barry White. Una cosa è inviare foto fighe di noi sfumate sotto un tramonto magenta, tutt’altra è mostrarsi dal vivo con i collant contenitivi da duecento denari.

Dite quello che volete, ma a noi le relazioni che si consumano comodamente dall’ipad ci piacciono. Perché non dobbiamo scomodarci a capire l’altro, non dobbiamo sforzarci di piacere, non abbiamo alcun dovere. Ci piacciono nella misura in cui non compromettono la nostra singletudine, non intaccano la nostra selfhood e, soprattutto, ci piacciono perché ci impediscono di innamorarci.