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Libri. “La primavera dei popoli”, l’eroismo dei Camiciotti nella Messina del 1848

Condotto con grande rigore critico e mosso da un profondo senso patriottico, il saggio storico di Roberto Sciarrone, ricercatore dell’università La Sapienza di Roma La primavera dei popoli (Messina 2016, EDAS, pgg. 190) è una documentata e lucida indagine della rivoluzione siciliana del 1848, con particolare attenzione alle vicende messinesi. Nei primi anni Quaranta del secolo XIX, la fisionomia economica dell’ Italia, anche se lentamente e marginalmente, andò mutando in seguito all’onda della Rivoluzione Industriale, soprattutto nelle strutture economico-sociali e negli orientamenti della cultura. Si diffuse, negli italiani, una grande consapevolezza di vivere in un’età di trasformazione ma di essere fanalino di coda perché soggetti al dominio straniero e a un impianto politico-territoriale di Antico Regime.

Mancavano, inoltre, un mercato di dimensioni nazionali e soprattutto un sistema di comunicazioni tale da collegare le diverse aree della Penisola. Nell’Italia meridionale i Borboni non osteggiarono il moto di rinnovamento ma lo imbrigliarono: le energie produttive erano mal organizzate, la cultura soggetta al controllo,gli intellettuali fieramente avversati, le opposizioni soffocate nel sangue. La borghesia più avanzata, rimasta fuori dal moto riformatore del 1846-1847, rifiutò ogni compromesso, desiderosa di liberarsi dalla supremazia borbonica.

La rivolta scoppiata a Palermo il 12 gennaio del 1848, capeggiata da Rosolino Pilo e da Giuseppe La Masa, costrinse l’esercito borbonico capitanato dal generale Luigi  De Maio a lasciare l’isola, mentre Messina e Palermo furono luogo di feroci combattimenti. Le due città si batterono con tutte le loro forze in un dispendio di uomini e mezzi. Messina fu

città martire, bombardata, incendiata e violentata. La passione e l’eroismo della città segnano con straordinaria vivezza le pagine di Sciarrone. L’autore evidenzia le sue due anime: quella dello storico imparziale che racconta le vicende con sobrietà e precisione e quella del cittadino appassionato che ricostruisce per i lettori il paesaggio infuocato, fa risentire il frastuono degli obici, le urla di disperazione dei feriti.

Un’immagine apocalittica che ancor oggi ritorna in una frase che ha il sapore di un proverbio: succidiu un quarantotto. Sciarrone, con l’imparzialità dello storico, conduce il lettore, gli fa respirare l’odore della polvere da sparo, gli fa sentire il crepitio dell’incendio che arde opere monumentali, patrimonio dell’umanità. Non trascura di raccontare le efferatezze: gli stupri delle donne, poi mutilate dei seni, le urla dei bambini impalati e violentati, lo distruzione di una città nobile e antica messa a ferro e fuoco. L’inferno nel cuore degli uomini, la brama di potere che acceca. Cade la città sventrata, tutto è polvere, urla e sfacelo.

Al turista che percorre oggi le vie del centro, qualcuno racconterà lo scempio di una città bombardata due volte a distanza di un secolo, squassata rovinosamente da eventi sismici ricorrenti, afflitta da grandi piaghe ma sempre pronta a risorgere per la tenacia e l’eroismo dei suoi abitanti. Emblematico il riferimento ai Camiciotti, militari regolari che indossavano una blusa di color blu scuro: “Al convento della Maddalena” (oggi Casa dello Studente) un gruppo di combattenti serrati in mezzo ai nemici, anziché arrendersi, si travolge in un pozzo del convento”. A perenne memoria del loro martirio, direbbe Foscolo, la città sacre le reliquie renda…e serbi un sasso il nome.