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“Libera tutti”, la loro vita in un film

“Siamo stranieri dovunque, in qualsiasi casa, in qualsiasi Paese”.  Questo è lo stato d’animo degli immigrati. Additati, oltraggiati, emarginati e lasciati in balia di se stessi dalla società. Quali diritti per loro? E quale futuro per i loro figli che vivono tra noi, con noi, indisturbati sì ma costretti a dover entrare ed uscire da questa nazionalità italiana? Adesso però non sono più solo gli italiani che lottano per la loro integrazione ad alzare la voce per farsi sentire o per chiedere, perché le domande arrivano anche da loro, dagli immigrati.

Obiettivo della realizzazione del film “Libera Tutti” proiettato nei giorni scorsi al PalaCultura è stato proprio quello di dare spazio alle loro rivendicazioni. Prodotto e diretto dal circolo Arci “Thomas Sankara” di Messina, interamente realizzato ed interpretato da ragazzi di origine straniera e non come coronamento del loro laboratorio-video del progetto “Spunti di Vista” e curato dal video-maker Giuseppe Minolfi e da Patrizia Maiorana. Sono stati proprio quest’ultimi ad aprire la serata presentando i dieci ragazzi che hanno avuto occasione di autoprodurre un’opera che racconti il loro quotidiano, le loro aspettative, il rapporto con la società in cui vivono e la loro percezione dei fenomeni di discriminazione.

“Una manifestazione di civiltà bellissima -dichiara Giuseppe Minolfi, guardando i suoi ragazzi a bordo palco e dando il via alla proiezione”.

Il diritto all’abitare per i rom, mandati via dal campo nomadi di San Raineri lo scorso aprile, distrutte le loro “case”, trasferiti altrove e costantemente vittime della maldicenza e dei pregiudizi della maggior parte dei cittadini, qui come altrove. La sanatoria per lavoratori domestici, lo Sri Lanka style del “pochi soldi ma vivono in Italia”.  Il diritto d’asilo, negato senza rispettare il lasso di tempo, previsto per legge, per accertarsi dello status del richiedente, rispendendolo da dove è venuto. Un

luogo da cui si fugge guardando in faccia la morte. La discriminazione sul posto di lavoro e sui mezzi di trasporto, i pregiudizi e gli stereotipi verso gli stranieri, il rapporto tra coetanei di differenti origini geografiche, il riconoscimento della cittadinanza italiana per chi è nato qui o è arrivato quando era molto piccolo. Tutti temi trattati nel susseguirsi dei dieci episodi.

“Non ci sono strutture, uffici di informazione per gli immigrati di seconda generazione. Lo stato non può delegare alle associazioni i propri doveri -grida Sefora Adamovic , studentessa di chimica e figlia di migranti albanesi- e non è giusto che a quindici anni mi siano state  prese le impronte digitali, come una criminale”. Perché la cittadinanza italiana, ai figli degli immigrati, è data soltanto al compimento della maggiore età e dopo avere verificato se risiede in Italia da almeno 10 anni.

Lo stesso è il caso per i due fratelli tunisini Nizar e Kais Jelassi. Uno, arrivato in Italia a venti giorni, non gode della cittadinanza italiana. L’altro, nato in Italia, da cittadino italiano è libero di godere di tutti i suoi diritti. Solo venti giorni, ma ti cambiano una vita.

I commenti degli spettatori connazionali, o compagni di sventura a seconda dei punti di vista, non sono mancati. Avrebbero voluto far vedere, attraverso questa realizzazione, maggiori problematiche che investono il loro quotidiano.

“Il film è stato abbastanza veritiero -commenta Alì- tuttavia avrebbero dovuto lasciare spazio ad altri problemi. Ad esempio, ricordando Lampedusa, l’arrivo nel paese straniero”. E se gli chiediamo dei disagi vissuti ogni giorno, con una nota di tristezza nella voce, il mauritano conclude il suo discorso dicendo: “La gente, la politica è razzista. Molte persone credono di essere solidali, ma accoglierci senza l’integrazione, non vuol dire aiutarci”.

La campagna “L’Italia sono anch’io “per la  raccolta firme sulle due proposte di legge di iniziativa popolare per i diritti di cittadinanza, ha fatto da cornice all’intera serata.