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Le tonnare messinesi tra storia, magia, cristianesimo e tecnologia

MESSINA. Spesso ci si limita a pensare che pertinenza del messinese sia esclusivamente lo Stretto tra Sicilia e Calabria, dove regna sovrana la pesca al pescespada. Ma la provincia di Messina ha un altro luogo scenario di una pesca fatta anche con l’arpione: la costa tirrenica fino la baia di Patti, paesaggio della pesca al tonno. In questo sistema di cattura del pescato, come nella caccia allo Xiphias gladius, il limite tra magia, cristianesimo e tecnologia è labile. Come nella corrida, il rapporto tra vittima e carnefice è intimo e, anche se non sembra, intriso di  rispetto. Come si può non rispettare “colui” che sfamerà la propria famiglia per i restanti mesi dell’anno? Di fatti, il tonno è spesso chiamato “il maiale del mare” perché ogni parte del suo corpo può essere fonte di nutrimento: non solo i fortissimi muscoli o le ventresche, ma anche la buzzonaglia e la scapece fino a utilizzare parti impensabili come le gonadi, che si trasformano nelle pregiatissime bottarga e lattume.  La pesca di questo mostro marino, grazie a un sistema complesso di reti che arriva a misurare fino a 23 km2, fu escogitata dai Cananei durante l’età del bronzo, come supposto da J. Couch e testimoniato da resti archeologici diffusi in tutto il mediterraneo, costa tirrenica messinese compresa. Alla lunga dominazione romana risalgono i numerosi resti nella penisola milazzese di strutture fisse adibite alla pesca e, come riprova, anche Archestrato, nel suo De Gastronomia (IV sec. a.C.), elogia la bontà dei tonni pescati nella baia di Tindari. L’apice tecnico di questa attività giunge nel periodo della dominazione araba tra il IX e XI sec. d.C. Arabi sono

infatti tutti i tecnicismi: colui che dovrebbe corrispondere al nostromo è chiamato Raìs, la colonna sonora, mix tra sacro e profano, è la cialoma, sicilianizzazione dell’ai ya mawla, un canto religioso che nasce nell’antico Egitto, alcune imbarcazioni con vari ruoli sono chiamate Muciare dall’arabo mucir, che indica un natante di dimensioni contenute con pescaggio ridotto.

Durante la successiva dominazione normanna, come qualsiasi attività economica significativamente proficua, fu regolamentata, strutturata e potenziata, fino a diventare seconda solo all’attività doganale. La possibilità di avere una tonnara e un marfaggio era strettamente legata ai meriti riconosciuti dalla corona. Da questo periodo fino a tutto il ‘600 le tonnare incrementarono la loro rilevanza economica e il loro numero. Erano regolamentate da una sorta di feudalesimo marittimo, quindi di esclusiva gestione nobiliare, e il loro numero nel territorio del Val Demone arrivò a 16, pari al 23% delle tonnare totali con un indotto relativo di cospicua entità.

Dal XVIII secolo in poi iniziò il declino, causato dall’ovvia diminuzione del numero dei tonni nel Mediterraneo, che si concluse a metà degli anni ‘60 del ‘900 quando la tonnara del Tono di Milazzo calò le sue reti per l’ultima volta e poche settimane dopo i tonnaroti intonarono l’ultima “campagnola”. Oggi le strutture industriali sono state convertite in strutture turistiche facendo perdere parte della nostra identità, facendo svanire secoli di fatica e rischio affrontati dai nostri avi. Sarebbe interessante studiare, oltre i canti intonati, il ruolo che il culto aveva per queste persone coraggiosissime: è facile capire perché si pregava San Giorgio, colui che affrontò un drago, o Sant’Antonino, protettore dei marinai e dei pescatori. Infine, ma non meno importante, ricordiamo che la tonnara era personificata con una donna e la mattanza con il parto. Fatto questo, che potrebbe fa supporre qualche legame con la dea cananea Asherah.