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Le mutilazioni femminili, lontane da noi ma non troppo

Quello delle mutilazioni genitali femminili è un tema che sembrerebbe ben lontano dalla nostra vita quotidiana. Invece, anche in Italia è tutt’altro che marginale.  Sono 93 mila le donne  immigrate che vivono nel nostro paese che hanno subito una delle forme di mutilazione genitale (le più diffuse sono l’escissione e l’infibulazione) e ben 7.700 le bambine dai 3 ai 14 anni a rischio, cioè che subiranno presto un rito del genere sotto imposizione familiare.

Le pratiche di mutilazione genitale femminile (MGF) sono state il tema del dibattito che è seguito alla proiezione del film “Moolaadè” nell’ambito degli incontri organizzati all’interno della III edizione del corso “Donne, politica e istituzioni”, coordinato dalla docente Antonella Cocchiara.

“La pratica delle mutilazioni genitali femminili è considerata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità e dall’Unicef una palese violazione dei diritti -dichiara Luisa Barbaro, ginecologa e responsabile del Consultorio di via del vespro dell’ASP5. Si tratta di operazioni discriminanti, umilianti e dolorose. Fortunatamente, a Messina non ho mai dovuto aiutare una paziente con questi problemi, ma solo perché l’immigrazione di donne dall’Africa sub sahariana è diffusa in altre regioni italiane. Come in Toscana, dove è sorto il Centro di Riferimento  all’ospedale Careggi di Firenze”.

Diversi i Paesi in tutto il mondo in cui è diffusa la MGF e diverse sono anche le motivazioni. ”Che sono sessuali, sociologiche, sanitarie, religiose e igieniche, ma nella maggior parte dei casi si può sfatare ognuna di queste spiegazioni collegandoli solo a questioni di genere -continua la dirigente dell’Asp 5″.

Dello stesso parere la sociologa Angela Bagnato, che ha spiegato come questo tipo di riti non siano lontani ideologicamente dalle violenze sulle donne perpetrate nel nostro Paese.

“La discriminazione di genere è interculturale -spiega la Bagnato. Il parallelismo tra la violenza domestica e la  MGF potrebbe sembrare poco azzeccato ma in realtà il substrato culturale è comune. Nel 2011 sono state 137 le donne uccise, quest’anno siamo già a 98. Quando si tratta di episodi di violenza che riguardano stranieri pensiamo che sia per una cultura chiusa e retrograda, se i protagonisti sono italiani allora sono solo raptus e problemi psicologici individuali. Mi sembra, invece, che tutti i reati possano essere ricondotti a discriminazione di genere”.

“La soluzione è ovviamente l’educazione e l’informazione -conclude la dottoressa Barbaro. Abbiamo una legge nazionale dalla nostra parte e tanti progetti di solidarietà. Uno di questi è un progetto pilota partito dalla scuole della Toscana e che sarà diffuso nelle altre regioni. Inoltre, ci sono le attività delle associazioni “Albero della vita”, l’AIDOS, il CEDAV, il Comitato Pari Opportunità dell’Asp 5 e dell’Ordine dei Medici ed i consultori familiari”.

Francesca Duca

Ventinovenne, aspirante giornalista, docente, speaker radiofonica. Dopo una breve parentesi a Chicago, torna a preferire le acque blu dello Stretto a quelle del lago Michigan. In redazione si è aggiudicata il titolo di "Nostra signora degli ultimi" per interviste e approfondimenti su tematiche sociali che riguardano anziani, immigrati, diritti civili e dell'infanzia.Ultimamente si è cimentata in analisi politiche sulle vicende che animano i corridoi di Palazzo Zanca.