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Lampedusa, dove la realtà ha due facce

L'ingresso del centro di accoglienza di Lampedusa

A Lampedusa la realtà ha due facce. Una è quella della centralissima via Roma, del nuovo porto dove sbarcano i turisti, delle spiagge da sogno, dei locali carini. L’altra, quella che neanche gli isolani per loro stessa ammissione riescono a conoscere, è una Lampedusa fatta di clandestini lasciati per ore in mare e fatti sbarcare di notte al porto vecchio perché i turisti non li vedano, di un centro di accoglienza circondato da uno spiegamento di forze degno di ben altra causa che non le migliaia di disperati che arrivano stremati e terrorizzati per quello che vedono durante le 24 ore di traversata dall’Africa, dell’isolamento assoluto al quale sono condannati in nome di non si sa bene che cosa. 

Testimone di quello che sta accadendo a poche ore di distanza dalle coste siciliane Mariano Massaro, segretario regionale del sindacato OrSA, che durante i 10 giorni di permanenza sull’isola ha inutilmente cercato di entrare in contatto con gli immigrati rinchiusi nel centro o anche con quelli appena arrivati. 

“Avvicinarsi a loro è praticamente impossibile -racconta senza nascondere la rabbia. C’è una sorta di “cordone sanitario” che impedisce a chiunque di avvicinarli per testimoniare solidarietà o dare un aiuto, anche minimo. Il centro è perennemente circondato da 7-8 camionette con almeno 3 militari armati dentro ciascuna. L’isola è continuamente percorsa da auto della polizia, quando si arriva a 500 metri dal centro di accoglienza si ha la sensazione di essere ad Alcatraz: le forze dell’ordine ti impediscono fisicamente di passare, si limitano a dire che va tutto bene e che ai clandestini ci pensano loro”.   

Mariano Massaro, segretario regionale dell'ORsA

Lei ha fatto più di un tentativo per entrare in contatto con gli immigrati?

“Io sono andato al centro di accoglienza ogni giorno cercando di entrare e non solo mi hanno identificato, ma mi hanno persino sequestrato, anche se per poco tempo, il cellulare e la macchina fotografica. Spiegare che volevo solo dare una mano è stato inutile. Anche con quelli appena sbarcati non è andata meglio. Una notte ho aspettato in macchina a lungo che li facessero scendere a riva dopo che li avevano lasciati per ore in mare perché con la loro presenza non infastidissero i turisti, ma anche in questo caso mi hanno bloccato impedendomi fisicamente di avvicinarsi”. 

Quali sono le reali condizioni dentro il centro? “Non lo sa nessuno, nemmeno i lampedusani. Loro stessi mi hanno raccontato che molte cose le apprendono dai telegiornali o hanno qualche notizia ufficiosa dagli uomini dei pescherecci che incrociano i barconi. Le notizie, anche quelle di eventuali maltrattamenti nel caso in cui ce ne dovessero essere, non passano. L’unica cosa che si sa è che il centro potrebbe ospitare 800 persone ma attualmente che ne sono 1.500. Altro non si riesce a sapere”. 

Questa chiusura riguarda solo i singoli privati come lei?

“No, riservano lo stesso trattamento anche alle associazioni umanitarie. Non si passa, nessun contatto. Punto e basta”. 

Al di là delle polemiche nate soprattutto durante il periodo drammatico in cui a Lampedusa c’erano più clandestini che isolani, qual è il rapporto degli abitanti del posto con chi arriva? “Devo dire buono, di grande solidarietà. Nel periodo di massima affluenza in ogni casa c’erano almeno uno o due tunisini ospitati per non lasciarli per strada. Passata l’emergenza la situazione si è normalizzata, ma non è consentito a nessuno di avvicinare per dare una mano. L’unica cosa che possono fare, quando all’alba le barche arrivano con il pesce appena pescato, mandano una cassetta al centro. Ma nient’altro”.

L'ospedale da campo

 Qual è l’aspetto complessivo dell’isola? “Non un granché, sinceramente. Ovviamente quando è arrivato Berlusconi hanno fatto brillare il centro. Ma basta oltrepassare i luoghi nei quali è andato il presidente del Consiglio o quelli frequentati dai turisti, e l’isola presenta comunque uno stato di trascuratezza. In periferia è lurida come Napoli. Gli isolani si sentono abbandonati dalle istituzioni. Per loro non è un problema di destra o di sinistra: il problema è sentire la presenza dello Stato, che lì è assente, a parte il dispiegamento di forze dell’ordine che è a livelli tali che ha praticamente militarizzato Lampedusa. Mi hanno raccontato che prima dell’arrivo di Berlusconi era stato detto chiaramente loro che potevano solo applaudire e che non sarebbe stata consentita alcuna contestazione. Ho conosciuto anche un ragazzo al quale hanno sequestrato uno striscione critico verso il presidente del Consiglio. Sono consapevoli che i politici li sfruttano per fare passerella e basta, ma questo dramma rimane irrisolto”. 

Una cosa inspiegabile è l’alto numero di morti registrato negli ultimi anni. “Infatti. E’ una domanda che si sono posti anche i lampedusani, ma è rimasta senza risposta. Fino ad un paio di anni fa i morti erano l’eccezione, non la regola. Cosa succeda davvero non lo sappiamo, anche a causa dell’isolamento totale in cui tengono gli immigrati fino a quando rimangono sull’isola”. 

E le barche sequestrate che fine fanno? “In passato tacitamente se le prendevano i pescatori, che comunque riuscivano in qualche modo ad utilizzarle. Adesso invece, e non si capisce perché, preferiscono spendere 280 mila euro per distruggere 6 barche, piuttosto che cederle a chi le potrebbe utilizzare per lavorare”. 

Un'altra immagine dell'ospedale da campo al porto vecchio

Qual è il ricordo più duro di questa esperienza? “Di notte, quando si rendono conto che i rumori dell’isola non possono più coprire le loro voci perché sono andati tutti a dormire, gli immigrati iniziano ad urlare. Solo una parola, ossessivamente: “liberté, liberté, liberté”. La ripetono in continuazione, finché ce la fanno. Ecco, quello è un ricordo che fa ancora male, perché non è facile dimenticare quelle urla disperate”.