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La sinistra di Massimo D’Alema ai tempi dell’antipolitica

Massimo D'Alema

“Contro Corrente. Intervista sulla sinistra al tempo dell’antipolitica” è il libro che Massimo D’Alema ha presentato ieri al Palacultura di Messina. Quello che sale sul palco, dopo un bagno di folla, è il D’Alema dei vecchi tempi, con lo stesso smalto e la stessa eloquentia caustica e distaccata.

Intervistato da Lino Morgante, direttore editoriale della Gazzetta del Sud, l’ex presidente del Consiglio racconta la sua esperienza politica, da semplice militante della Fgci all’addio al Pci e alla Prima Repubblica.

Ricorda di essere stato, come tutti quelli della sua generazione, un antisovietico: la sinistra post Sessantotto non amava i carri armati di Varsavia e persino Enrico Berlinguer si trovava a disagio durante le visite nell’allora Urss.

Ritiene, forse a malincuore, che la componente autoritaria presente in passato nel Pci, non sarebbe più riproponibile ai giorni nostri. “La disciplina è una regola fondamentale per qualunque partito -avverte- anche per il nostro, che è stato sempre un partito comunista democratico”.

Ricorda il suo incontro in un camper con Bettino Craxi. A suo dire, il segretario del Psi non fu mai un uomo di destra e, di certo, non avrebbe mai fatto la fine di certi adepti craxiani che sono finiti con Berlusconi e con Alleanza Nazionale. Ha combattuto Craxi quand’era in vita, criticandone la sua visione della politica come conquista del potere. D’Alema però, non si è mai trovato d’accordo con la demonizzazione postuma che si è fatta dell’uomo Craxi.

Quando gli si chiede del Cavaliere quasi minimizza “Berlusconi si è autoproclamato l’erede dell’anticomunismo. E le paure, si sa, spesso sopravvivono alle ragioni che le hanno generate. Questo, il fattore precipuo del grande seguito di un piccolo uomo. L’uomo di Arcore non è mai stato il nuovo, è sempre stato l’espressione del vecchio regime. Berlusconi è un’illusione. Persino Montanelli -ricorda con sincero orgoglio- notoriamente anti-comunista, mi disse nel ’94 che di fronte al fenomeno Berlusconi avrebbe appoggiato il nostro partito”.

Per D’Alema, il Cavaliere è stato ed è, l’incarnazione di un’ampia corrente culturale che non ritiene la politica necessaria. Infatti, ha tentato di sostituire

tout court la politica con l’economia. In una qualsiasi democrazia riformista, tutto il successo di Berlusconi non sarebbe stato possibile. Il lider maximo non risparmia stilettate alla faziosità di certi organi di stampa, comunicando in anteprima che, giusto ieri, si è finalmente chiusa la calunnia perpetrata ai suo danni e del partito sul famoso Fondo Quercia e sul misterioroso Baffino. Taccia inoltre di connivenza qualche particolare rapporto tra la magistratura e gli organi di informazione, dichiarando con fermezza che la magistratura deve fare le proprie indagini, rispettando le persone. Un’apertura garantista che conferma la sua idea di Stato laico.

Sulle liberalizzazioni è più cauto. Favorevole sì, soprattutto per il sistema bancario, ma con una componente statale certa unita ad una forte azione pubblica. Sul voto utile, come sempre, ha una sua personale opinione “Tutti i voti sono utili, ma non tutti hanno la stessa utilità”. Riferendosi in particolare a chi vota Grillo “che deve assumersene la responsabilità e le conseguenze strategico-politiche in caso di vittoria. Non mi ha mai convinto la discrasia che si paventa tra la buona società civile e la cattiva società dei politici”.

Un implicito endorsement per le eventuali alleanze politiche post voto: non si governa senza una grande coalizione cristiano-democratica. “Come nel 1948 solo la vittoria della Dc ha salvato il Paese dal baratro -ammette- anche adesso solo una maggioranza con un fortissimo mandato elettorale è in grado di risollevare le nostre sorti. Il nostro partito non pretende di essere autosufficiente, per questo consideriamo tutte le forze moderate come interlocutori”.

Massimo D’Alema conduce il suo speech con lo stesso appeal di Blair. La scenografia ricorda quella del ’98, quando fu intervistato in Fiera da Mino Fuccillo (ex direttore de L’Unità, ndr). Solo la platea è differente. Osservando gli astanti sembra di trovarsi di fronte a uno speciale di Piero Angela sulle cariatidi. C’è tutto l’organigramma partitico dei vecchi Ds. Uno pensa “A volte ritornano” e vengono i brividi. E’ certo, o millanta bene di esserlo, della vittoria del Partito Democratico. Massimo D’Alema, in gessato blu, si congeda da Messina con un old style che nulla ha a che spartire con le note di Gianna Nannini, l’attuale inno politico del PD.