La Risitano a Gioveni: “Sprechi travestiti da spiritualità”

Ivana Risitano, consigliere Cambiamo Messina dal Basso

Libero Gioveni, consigliere comunale UDC, lancia l’allarme: né banda per la processione del Vascelluzzo né cero per la Madonna di Montalto. Apriti cielo, la città indifferente alla malapolitica per antonomasia, che scende in piazza solo per la squadra di calcio, si solleva. Sui social network, neanche a dirlo, e con toni spesso da stadio. Appunto.

A riportare la discussione sui binari della civiltà ci pensa Ivana Risitano, consigliere di Cambiamo Messina dal Basso, che si rivolge direttamente a Gioveni.

“Caro collega, mi accorgo oggi, ancora una volta, di come professare la stessa fede non significhi avere la stessa visione del nostro stare al mondo -scrive la Risitano. Oggi ti dichiari turbato perché il sindaco quest’anno non offrirà il cero votivo alla Madonna e tocchi le corde del cuore dei cittadini facendo appello al rispetto delle tradizioni popolari e religiose.

Sarebbe più onesto, intellettualmente, completare l’informazione spiegando anche ai cittadini che la Corte dei Conti ci vieta categoricamente al momento qualsiasi spesa non necessaria: non è un alibi, come tu affermi. Sarebbe anche un buon servizio alla cittadinanza raccontare come le precedenti amministrazioni abbiano speso cifre astronomiche in rappresentanze sindacali, buffet, omaggi floreali, ceri, bande e orpelli vari. Mi dirai: ma sono modi per onorare Dio o un santo o un ospite o un’autorità.

Vorrei risponderti, però, che quelle spese i sindaci non le facevano di tasca propria, ma con i soldi di una collettività. E vorrei anche dirti che di quella collettività fanno parte persone che professano fedi differenti, e agnostici, e atei o, semplicemente, laici, che distinguono le scelte in materia religiosa da quelle politiche.

Detto ciò, dato che la maggioranza della popolazione messinese si professa cattolica, comprendo che in condizioni normali un’amministrazione possa supportare e nutrire certi eventi, così come concordo sulla valorizzazione della cultura (meglio: delle culture) di una città. Ma, lo sai meglio di me, la vicinanza alle tradizioni del popolo è stata manifestata in più occasioni e in decine di modi e se oggi viene a mancare una banda o l’offerta di un cero è perché abbiamo un vincolo da parte della Corte dei Conti.

Sarebbe bello che la città questo lo capisse e, come in una famiglia, rinunciasse – sebbene con la legittima tristezza – all’abito luccicante, per indossare quello umile di chi si rimbocca le maniche per far riprendere Messina dal baratro economico in cui l’abbiamo trovata.

Sai cos’è che mi amareggia, Libero? Che queste riflessioni provengano dal seno di quel partito che si

arroga la difesa dei valori cristiani. Però, vedi, non è detto che tutti scelgano di essere cristiani così.

Parli di “schiaffo alle tradizioni secolari cittadine”. Io sai quando l’ho ricevuto lo schiaffo? Quando qualche sera fa, dopo la fiaccolata di solidarietà a Galati Marina in seguito all’incendio dell’oratorio, il prete, davanti alla folla immensa radunata in chiesa, ha ringraziato al microfono il sindaco, che essendo fuori città aveva mandato in propria vece un assessore, e soprattutto “coloro che la politica la fanno non con le parole ma con i fatti”, e ha aggiunto: “e l’onorevole Ardizzone, qui presente, ha fatto i fatti; non posso dirvi quanto, ma ha fatto i fatti”. Applauso scrosciante.

Eppure io nel Vangelo leggo “non sappia la tua destra cosa fa la tua sinistra”. Ma forse in piena campagna elettorale per le Europee le elemosine sono sottratte al vincolo della segretezza. Io sogno ancora una città in cui Dio (per chi ci crede) sia onorato come diceva San Giovanni Crisostomo: «Vuoi onorare il corpo di Cristo? Non permettere che sia oggetto di disprezzo nelle sue membra cioè nei poveri, privi di panni per coprirsi. […] Il corpo di Cristo che sta sull’altare non ha bisogno di mantelli, ma di anime pure; mentre quello che sta fuori ha bisogno di molta cura.

Impariamo dunque a pensare e a onorare Cristo come egli vuole. […] Dio non ha bisogno di vasi d’oro, ma di anime d’oro.[…] Prima sazia l’affamato, e solo in seguito orna l’altare con quello che rimane. […] Tu rifiuti di accoglierlo nel pellegrino e adorni invece il pavimento, le pareti, le colonne e i muri dell’edificio sacro. Attacchi catene d’argento alle lampade, ma non vai a visitarlo quando lui è incatenato in carcere.

Dico questo non per vietarvi di procurare tali addobbi e arredi sacri, ma per esortarvi a offrire, insieme a questi, anche il necessario aiuto ai poveri, o, meglio, perché questo sia fatto prima di quello. Nessuno è mai stato condannato per non aver cooperato ad abbellire il tempio[…] Mentre adorni l’ambiente del culto, non chiudere il tuo cuore al fratello che soffre. Questi è un tempio vivo più prezioso di quello».

Ma nell’attesa che in ciascuno di noi cresca questa sensibilità, mi sento vicina, molto vicina, a chi, dall’interno delle istituzioni o come semplice cittadino, si inchina di fronte ai poveri, ai carcerati, ai senza fissa dimora, ai migranti. Sono certa che i fedeli a poco a poco capiranno che lo schiaffo di cui parli non è mai stato dato.

Ne sono stati dati altri, dentro panem et circenses offerti generosamente per accaparrarsi voti, dentro le elemosine accompagnate dal suono di tromba, dentro gli sprechi travestiti di spiritualità”.

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