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La paura per il futuro

Giampilieri dopo l'alluvione dell'1 ottobre 2009

Quella di Enza Carbone è una delle storie-simbolo della tragedia di Giampilieri. Non perché  più drammatica o dolorosa delle altre, ma per la dignità ed il pudore dei protagonisti. “Non riesco ancora a fare bilanci e non provo neanche ad immaginare il futuro -racconta Enza, 44 anni, madre di un ragazzo di 14 e casalinga.  Posso dire che solo adesso capisco cosa vuol dire l’attaccamento profondo ai luoghi nei quali si è vissuti e dove sono cresciuti i tuoi figli. I miei vicini sono morti tutti e noi siamo stati salvati dopo oltre 9 ore. Abbiamo passato i primi quattro mesi e mezzo al residence Le Dune. Potevamo fare la doccia quando volevamo, ma siamo riusciti a cambiare la biancheria solo dopo tre giorni e per una settimana siamo rimasti con gli stessi vestiti addosso, ancora macchiati di fango. So che è brutto dirlo, ma anche in quell’occasione quelli che erano più svegli degli altri riuscivano ad arraffare di tutto. I primi abiti puliti ce li ha portati dopo una settimana l’insegnante di educazione fisica di mio figlio. Ovviamente erano usati e ricordo con orgoglio che quando la professoressa ha chiesto a Salvatore se gli piacevano, lui sbalordito ha risposto che non dovevano piacergli ma andargli bene. In quel momento ho capito che mio figlio non era più un ragazzo ma un uomo.

Vivevamo in una stanza, ma anche tra le persone che ritenevo amiche c’è stato chi mi ha

accusato di essermi fatta la villeggiatura. Quando il Comune ci ha assegnato questa casa in un complesso molto signorile di via Andria, per giorni ci siamo rifugiati in un’unica camera. E’ un appartamento di 7 stanze, enorme, ed all’inizio eravamo sgomenti. Tra l’altro, quando siamo arrivati ci consideravano quelli che avevano costruito abusivamente e nessuno ci rivolgeva la parola. Indossavamo abiti usati e non dimenticherò mai l’occhiata dall’alto in basso che una signora di questo palazzo mi ha rivolto incrociandomi nell’atrio. Da quel momento, faccio il possibile per evitare di incrociare gli altri abitanti del palazzo quando entro e quando esco.

Da quando viviamo qui ci parlano solo in due e mio figlio non ha amici. Dall’asilo alla terza media è stato sempre con gli stessi compagni, ma adesso va al Nautico e quando ha iniziato non conosceva nessuno. Mio marito lavora fuori e siamo sempre soli. Io non ho più nulla. Casa mia, che è stata costruita perfettamente in regola, sarà distrutta per costruire il canalone e mettere in sicurezza il paese. Intano però ci sono ancora oltre 30 mila euro di mutuo da pagare. Quando dopo l’alluvione sono andata in banca, all’Unicredit di piazza Cairoli, mi hanno detto a voce che non avrei pagato né la rata di ottobre né quella di novembre. Il mio errore è stato quello di non farlo mettere nero su bianco: in seguito non solo mi hanno fatto pagare le due rate con gli interessi dopo averle rinegoziate, ma adesso risulto pure un “cattivo pagatore”. Non chiedo molto, vorrei solo la serenità per mio figlio ed una piccola casa accogliente per tre persone”.