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La lezione di Gramsci che gli italiani hanno dimenticato

La locandina dell'evento

I quaderni di Gramsci, recuperati e riletti, conservati come testimonianza storica, culturale e politica di una delle età più complesse del nostro Paese. Quasi una stele di Rosetta per leggere non soltanto il comunismo e la sua caduta, ma la controversa identità democratica dell’Italia.

Franco Lo Piparo, professore ordinario di Filosofia del Linguaggio all’Università di Palermo, ha raccolto i suoi studi su Antonio Gramsci e i suoi XXXII Quaderni in due volumi, pubblicati da Donzelli Editore, “L’enigma del quaderno” e “I due carceri di Gramsci”.

Ne ha discusso in videoconferenza da Palermo al Feltrinelli Point di Messina durante l’incontro organizzato dal circolo Libertà e Giustizia dal titolo “L’Egemonia di Gramsci contro Gramsci?”, moderato da Giusi Furnari Luvarà.

Egemonia del dissenso, ma anche del consenso, in un’ottica necessariamente liberal-democratica. Questo è il senso da dare alla parola, se si vuole ricostruire l’opera di Antonio Gramsci e leggerla con prospettive contemporanee, attuali, perché “dopo la caduta del muro di Berlino, dopo la caduta del comunismo -spiega Lo Piparo- l’unico a non morire è stato il pensiero di Gramsci, che ancora si lascia interpretare alla luce della storia attuale”.

Il dibattito parte da un’assenza così ingombrante da diventare presenza. Tra i Quaderni del Carcere di Gramsci, radunati

nel 2012 dopo aver vagato per decenni tra la Russia e l’Italia, ce n’è uno mancante, tanto che alcuni studiosi sostengono che sia stato lo stesso autore a distruggerlo, numerando di conseguenza gli altri. Su questa clamorosa scomparsa, e sul suo peso nel contributo che Gramsci ha dato al pensiero del ‘900 italiano, si sofferma Lo Piparo nei due volumi. E tuttavia i 32 in nostro possesso ci dicono ancora tanto sul suo ruolo nel Partito Comunista e anche nella società italiana.

“I post comunisti hanno ancora qualche difficoltà a inserire Gramsci nel loro pantheon -dice Lo Piparo. Ma bisogna riscoprirlo, toglierlo dalla manipolazione in cui è caduto dopo la sua morte e restituirlo a se stesso. Rileggendo la sua opera possiamo scrollarci di dosso l’eredità lessicale otto-novecentesca e attribuire a parole cariche di significato come liberalismo, socialismo e democrazia, un senso concreto e adatto all’epoca in cui viviamo”.

A Lo Piparo risponde Pippo Campione, ex presidente della Regione Sicilia tra il 1992 e il 1993, giornalista pubblicista, un passato da esponente della sinistra Dc: “L’andamento molecolare del pensiero di Gramsci ci fa capire come sia possibile ritrovare in lui tutta la cultura italiana dell’800 e del ‘900. Non c’è tema della storia contemporanea che non abbia trattato. Con la sua morte il comunismo ha perso molto, acquisendo un carattere di oppressione lontano dalle origini del partito. L’opera di Gramsci può a ragione essere definita pedagogia per la borghesia italiana”.