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L’8 marzo visto da un uomo. Giuseppe Quattrocchi: “Festeggiamo quando il cielo non sarà più di due metà”

Dal web

Non c’è giorno in cui i mezzi di informazione non diano notizie su violenze subite da donne e spesso sono violenze estreme. Si parla sempre di omicidio efferato. L’ultimo fatto di sangue ieri a Messina. Ma oggi è l’8 marzo, giornata dedicata alla donna. Strade e i locali sono pieni di festosi gruppi vocianti. Donne giovani e mature vagano apparentemente senza meta, in preda a una euforia da libera uscita da caserma e ritrovata identità di gruppo.

Per una buona fetta del gentil sesso questa data significa allegra caciara per strada, scorribande nei ritrovi alla ricerca di un tavolo, trespolo, sgabello o posto in piedi. Le più previgenti hanno prenotato e sono già sedute a sparlucchiare. Nei locali più trasgressivi quella fetta di donne convinta che l’8 marzo sia una festa conviviale si lascia andare a commenti hot sul palestrato spogliarellista della domenica, che si esibisce a tot euro, pizza e aperitivo rinforzato compresi.

Purtroppo, ancora, qualcuna pensa che 8 marzo significhi questo. Una sorta di mega addio al nubilato, giorno in cui parità di diritti significhi imitare quello che i maschi fanno gli altri 364 giorni. Non è questo il significato dell’8 marzo. Guai a non fare gli auguri e a non omaggiare con il simbolo floreale di rito. È festa. Auguri. Auguri a chi? Quell’8 marzo è la festa dei fiorai, degli ambulanti mimosari. È la festa dei cioccolatini incartati nei profondi pensieri degli opinionisti di moda in TV.

Ma è l’8 marzo. Sì, l’8 marzo! E nessuno vieta di divertirsi. Avendone voglia e potendolo fare, ogni giorno è buono. Ma l’8 marzo è un giorno da celebrare. Con un pensiero, un rametto di mimosa reciso con precisione senza ferire la pianta, senza altri fronzoli di contorno. Un segno per ricordare.

Otto marzo. Si celebra la Giornata Internazionale della Donna. La si celebra per ricordare, qualora ve ne fosse bisogno, che l’altra metà del cielo non è ancora dello stesso colore dell’altra. Arranca ancora nel lavoro, nei diritti. L’altra metà del cielo è picchiata, abusata, insultata. Uccisa. Come quelle donne di cui leggiamo nella cronaca nera, mentre nelle principali città del mondo si svolgono manifestazioni e marce per chiedere dignità che vuol dire lavoro, parità salariale, no alla violenza e contro il sessismo.

Questo significa 8 marzo, perché l’altra metà del cielo firma lettere di dimissioni in bianco, prima di firmare un contratto di lavoro. Non si sa mai, potrebbe rimanere incinta. La realtà è questa. Il resto è solo Uomini e Donne, Grande Fratello, Isola dei famosi, vip in perizoma per fare audience, vallette in costumi succinti per far da cornice a stucchevoli conduttori.

Otto marzo. È una giornata questa che viene da lontano. Celebrare la Giornata Internazionale della Donna fu una iniziativa del Partito Socialista statunitense nel febbraio del 1909. La scelta della mimosa, come simbolo, risale invece al 1946. Le organizzatrici della giornata di celebrazioni romane, trovarono che la mimosa fosse un simbolo adatto, in quanto un fiore di stagione e a poco prezzo. Tanta strada è stata fatta e molta ancora ne resta da fare.

Oggi molte donne saranno sui loro tacchi, uozzappando allegramente. Qualcuna senza sapere, perché non c’è interesse che si sappia, cosa vi possa essere dietro a una data oggi trasformata in una festa dalle regole del consumismo. In fondo è giusto che sia una festa, ma non perché lo vuole il mercato. Quando il cielo non sarà più di due metà, allora, che festa sia!

Giuseppe Quattrocchi