L’Agenzia del Territorio sblocca la pratica degli ex Triscele

Lavoratori Triscele davanti a Palazzo d’Orleans

Gli ex Triscele pronti a ripartire. Dopo oltre due settimane di attesa ieri mattina l’Agenzia del Territorio ha risposto alla richiesta di stima presentata dall’Irsap di Messina, una volta Consorzio ASI, per i due capannoni che la Regione Sicilia ha assegnato alla cooperativa Birrificio Messina, costituita da 16 degli ex dipendenti della Triscele dopo l’uscita di scena del Gruppo Faranda alla fine del 2012. L’Agenzia per il Territorio, l’ex Catasto, ha richiesto altri documenti e quando l’Irsap li avrà consegnati e si potrà procedere con la valutazione delle strutture nelle quali i 16 lavoratori daranno vita a una nuova realtà produttiva, si potrà stipulate il contratto di affitto e in poco tempo si potrà lavorare alla ristrutturazione e all’installazione dei macchinari.

“Abbiamo aspettato a lungo la risposta dell’Agenzia del Territorio –spiega Mimmo Sorrenti, uno dei soci della coop. Contavamo di essere operativi prima, ma va bene lo stesso. L’importante è partire e riprendere a lavorare. Ora possiamo davvero concretizzare il nostro sogno”. La produzione della birra si inizierà a settembre: negli ultimi mesi del 2014 si prevedono 3 mila ettolitri, 20 mila l’anno prossimo e l’obiettivo finale è 25 mila.

“Abbiamo studiato il mercato e ne venderemo due tipi -spiega Sorrenti. Una birra sarà destinata alle famiglie e l’altra agli intenditori, che la troveranno in pub, locali e ristoranti. Per vendere torneremo al vecchio sistema del porta a porta e speriamo che i messinesi ci sostengano in questa nostra avventura”. A leggere i  social network la risposta della città promette di essere positiva. Dopo che nei giorni scorsi la Regione Sicilia ha consegnato i due capannoni, su facebook e twitter sono fioccate le promesse di acquisto per sostenere questa iniziativa e anche per dare una risposta a chi, come scriveremo tra poco, ha deluso le aspettative non solo degli ex dipendenti della Triscele ma anche di tutti i messinesi.

L’investimento previsto è di quasi due milioni di euro che sono stati ottenuti grazie alla Legge Sabatini e a prestiti della Lega Nazionale delle Cooperative e della Crias. I 16 soci del Birrificio Messina avrebbero voluto utilizzare anche la propria liquidazione, che però è ancora bloccata dal concordato fallimentare dell’ex Triscele. Ma il problema del mancato pagamento del TFR è solo l’ultimo in ordine di arrivo dei problemi che questi lavoratori sono stati costretti ad affrontare.

Nel 2007 i rapporti tra dipendenti e sindacati da una parte e Heineken dall’altra erano a livelli di guardia. Dopo anni di progressiva dismissione la multinazionale olandese ormai si limitava all’imbottigliamento del prodotto finito e quando annunciò l’intenzione di chiudere e trasferire tutto a Massafra, in Puglia, maestranze comprese, ci fu una levata di scudi generale. Proprio in quel momento arrivarono i Faranda, dicendo che non potevano permettere che la città perdesse la Birra Messina e facendosi avanti per riacquistare lo stabilimento di famiglia, ceduto all’Heineken a metà degli anni Ottanta.

Accolti come salvatori della patria i Faranda ripartirono in pompa magna, riprendendo di nuovo la produzione, lanciando sul mercato due nuove birre e promettendone a breve una terza, analcolica, che però rimase nel libro dei sogni. Dovettero incassare la sconfitta in tribunale per il marchio perché il brand “Birra Messina” rimase  saldamente in mano alla multinazionale, ma tutti sapevano che la Triscele era una birra prodotta in riva allo Stretto.

I primi sinistri scricchiolii arrivarono appena sei mesi dopo, quando 9

lavoratori su oltre 50 furono messi in mobilità. Inevitabilmente iniziarono le prime tensioni, ma i dipendenti non smisero di credere nei Faranda, ai quali avevano persino dato la propria liquidazione per gli anni passati con l’Heineken, quasi 2 milioni di euro, per aiutarli a rimettere in piedi lo stabilimento di via Bonino. Nel 2010 arriva anche un premio internazionale, ma non è sufficiente per bloccare l’inizio della fine.

Nel 2011 la proprietà lancia una vera e propria bomba, dichiarando che “il sito è troppo grande per la quantità di birra prodotta, bisogna vendere l’area e delocalizzare la produzione”. Inizia il braccio di ferro con il Consiglio comunale per il cambio di destinazione d’uso dell’area. Il Gruppo Faranda chiede la modifica in terreno edificabile per venderlo, incassare un buon prezzo e aprire altrove una fabbrica più piccola e con macchinari più moderni.

I lavoratori si fidano, la città no. Nessuno, tranne i costruttori edili, vuole altre colate di cemento in città. L’azienda però dirama comunicati stampa nei quali giura che la sola possibilità per tutelare l’occupazione è la delocalizzazione. Iniziano anche a circolare i primi nomi sulle possibili aree alternative a quella enorme di via Bonino. I dipendenti si fidano a tal punto della famiglia Faranda che presidiano il Consiglio comunale fino a quando non arriva lo sta bene al cambio di destinazione d’uso dell’area. Concesso obtorto collo dall’Aula e comunque vincolato alla salvaguardia dell’occupazione.

Ma neanche questo passaggio salva i lavoratori. La produzione si blocca ed è trasferita altrove, i dipendenti finiscono in cassa integrazione. Si convocano diversi tavoli in Prefettura durante i quali la proprietà, che peraltro ne diserta più d’uno, promette un Piano Industriale (indispensabile per ottenere gli ammortizzatori sociali straordinari una volta che quelli in deroga si saranno conclusi) che non arriva mai.

Di rinvio in rinvio, tra proteste eclatanti e manifestazioni pubbliche sia a Messina che a Palermo, il 18 dicembre 2012 la Triscele chiude definitivamente. Durante l’ultimo incontro in Prefettura i Faranda ammettono che hanno deciso di gettare la spugna. Ormai hanno accumulato 9 milioni di debiti e la vendita della fabbrica servirà per ripianare i conti in profondo rosso. La delocalizzazione si rivela una chimera per i 41 dipendenti, proprio quelli che avevano dato ai Faranda il proprio TFR. Per loro c’è solo il licenziamento.

E sempre a proposito di denaro dovuto dalla proprietà, da quanto hanno denunciato i lavoratori sembra che l’azienda non abbia versato né le somme previste per una pensione integrativa (almeno 3 mila euro per ciascuno) e che ci siano parecchie cessioni del quinto dello stipendio non pagate. Molti di loro hanno contratto prestiti con le finanziarie tramite la cessione del quinto e si sono visti arrivare ingiunzioni di pagamento anche per 8 mila euro.

“Nonostante i Faranda si trattenessero il quinto di chi aveva stipulato il prestito -spiega ancora Sorrenti- non lo versavano a chi di dovere e così adesso molti di noi sono finiti sul registro dei cattivi pagatori senza avere alcuna responsabilità”. Tra le promesse mancate, inutile dirlo, anche quelle del presidente della Regione Rosario Crocetta, che a gennaio dell’anno scorso si era impegnato pubblicamente dichiarando che avrebbe impedito la vendita dello stabilimento di via Bonino, cui avrebbe concesso lo status di bene archeologico industriale per impedire qualsiasi speculazione edilizia.

Come da copione, nonostante la Regione abbia dichiarato di avere avviato l’iter per definire l’area della ex Triscele bene archeologico industriale, ovviamente di questa pratica non se n’è più saputo nulla. Una soluzione che ha funzionato altrove, vedi Le Ciminiere a Catania, ormai un vero e proprio polmone culturale della città, che però a Messina non si è saputa o voluta attivare.

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