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Io lo faccio da sola

Mentre millanto (più che altro a me stessa) di essere politicamente impegnata e mi sciroppo la trasmissione sul csx factor, l’iphone mi segnala un nuovo commento all’ultimo post di Sex in My City. Firmandosi Bettyboop, la lettrice mi chiede consigli sui sex toys femminili.

Per un attimo penso di domandare a Siri, ma sarebbe poco professionale. Perciò, abbandonando a malincuore Vendola e Renzi (che, nel mio immaginario erotico più spinto, non possono competere con D’Alema) inizio a scavare nella mia memoria esperienziale, alla ricerca di una risposta concreta e soddisfacente.

Perché io, sessualmente aggiornata e non ancora sopita nella pace dei sensi, non ho mai posseduto un simile oggetto del piacere? Uno: perché fino ad oggi (fino a ieri. Ok, fino ad avantieri), l’anatomia dei miei partner lo sostituiva abbastanza bene. Due: perché, e questa è la dura verità, ero terrorizzata dall’idea che a causa di un mio improvviso decesso ad amici e parenti potesse rivelarsi questa corposa quanto imbarazzante epifania, nascosta vicino allo scatolo dei Tampax.

Il sex toy per eccellenza, il vibratore, è stato sdoganato all’inizio del secolo dalla formidabile Samantha Jones che esibiva una sorta di frullatore a immersione con lunghe orecchie da coniglio, paventandone risultati goderecci garantiti. Tuttavia, avendo in cucina solo il Bimby, non mi sono sentita di consigliare un aggeggio solo perché “visto in tv”.

La mia deontologia da cronista del sesso, mi impone di testare tutti i giochetti prima di proporli, ma il mio pudore siculo-borghese mi impedisce di recarmi fisicamente in un negozio al dettaglio. Opto pertanto per la documentazione anonima e cerco su Google.

Sorelle, mi si è aperto un universo parallelo, ricurvo, gommoso, spigoloso. Un universo in cui, anche i più semplici utensili quotidiani possono diventare fonte di paradisiache crociere orgasmiche. Nella pagina dedicata all’autoerotismo per donne trovo subito l’elemento basic: identiche alle mollettine con cui io chiudo i pacchi dei cereali, ci sono pinze da auto-applicarsi (anche sotto la biancheria) ai capezzoli per massimizzare il piacere  e la mia reazione è stata uguale a quella dei signori uomini quando si parla di Lorena Bobbit.

La sezione dildo è, ovviamente, la più fornita. Modelli in silicone dai colori acidi e fluorescenti utilissimi anche in caso di incidente stradale al posto del giubbino, modelli in velluto (con tanto di didascalia “elegante anche da portare in borsetta”, solo se non hai una clutch, però), modelli dalle fattezze ortofrutticole (d’ora in poi nella ratatouille le metterò intere le zucchine), modelli a due, tre e quattro appendici (fino a due ci arrivo, ma quattro? mi sarà sfuggito qualcosa nella lettura de “Alla scoperta del corpo umano”), modelli a guisa di paperella o orsacchiotto dalle forme non proprio ergonomiche ma, assicura la descrizione, carini anche da tenere sul comodino.

Mi soffermo sulle varianti di stimolatori interni, alimentati a batteria, dalle lunghezze davvero improbabili. Con il metro alla mano (quello giallo a nastro da sartina mi sembrava fuori luogo, ho preso quello rigido da carpentiere) mi convinco che siano innovativi strumenti medico-diagnostici che, partendo dall’area genitale giungono ad effettuare una dettagliata indagine laringo-faringea.

Per colpa del mio io tradizionalista, non riesco tuttavia a trovare alcun sex toys che possa stimolare la mia fantasia pelvica finché… non mi si apre un box con il must del momento: un vibratore con il viso sorridente di Obama. Mentre compilo l’ordine (solo per finalità di cronaca, s’intende) scegliendo il colore tra dorato presidenziale o azzurro democratico, penso che sì, the best is yet to come e arriverà quando finalmente, sola con Barack potrò gemere: yes I came.