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#ilnostro8marzo. Storia di S., simbolo delle donne che non si arrendono

Farfalla“Io questa carta di identità l’ho comprata”. E’ questo quello che ha pensato S., 21 anni, quando giovedì scorso il Comune di Messina le ha consegnato la sua nuova carta di identità.

Quella che, grazie a una sentenza illuminata (la prima del genere in Italia) del giudice Corrado Bonanzinga, la identifica per quello che è: una donna. A prescindere dall’operazione, che comunque ci sarà tra alcuni mesi.

Ci incontriamo in un posto pieno di gente, ma tranquillo. Con lei c’è il padre, che insieme alla moglie ha sostenuto da sempre la scelta della figlia. Nata in un corpo maschile, ma che alcuni anni fa ha capito di essere una donna. A prescindere. E’ alta, bella, con due occhi fieri e pieni di luce. La voce è dolce e ferma, anche se non è facile raccontare, raccontarsi. Soprattutto in alcuni momenti e con una perfetta sconosciuta.

Cosa vuol dire “l’ho comprata”? “Che nella quotidianità tutto si dà per scontato. Ma il nome che porto adesso, che non è quello che mi è stato dato alla nascita, è stato costruito giorno dopo giorno”.

Quando è iniziato il cammino che l’ha portata a essere una donna? “Due anni fa, ma non è stato facile. Il percorso è lungo ed è raro incontrare specialisti preparati sull’argomento. Il primo psichiatra dal quale sono andata non aveva idea di come gestire la mia situazione. Il secondo neanche. Mi hanno fatto effettuare dei test vecchi di oltre 20 anni, che risalivano agli anni ’90. Ma la sanità italiana (il problema non è locale) deve aggiornarsi. Ho avuto problemi anche con l’endocrinologo: all’inizio mi hanno dato una cura ormonale del tutto inutile. Molti passaggi sono complicati dalla possibile inadeguatezza dei medici con cui ci confrontiamo. C’è poca conoscenza, poca competenza della materia”.

Come si vive la fase di passaggio verso quello che si è veramente? “Alcuni eccedono in gonne e tacchi, ma non è il mio caso. Io invece sono più androgina e, tornando all’inadeguatezza dei medici che ci seguono della quale parlavo poco fa, nei test ci sono persino domande relative all’abbigliamento. Ma questo è assurdo, perché il modo di vestire non c’entra nulla con l’identità. E questo lo dico da quasi addetta ai lavori, visto che studio psicologia”.

E adesso che l’identità è certificata cosa è cambiato? “Posso vivere la quotidianità con più tranquillità. Chi vive queste situazioni spesso ha una sensibilità estrema ed essere chiamata da uomo è pericoloso proprio per questa fragilità. Ho scelto un’università online e sono consapevole che da parte mia è stata una forma di difesa. Essere chiamata in pubblico con un nome da uomo quando tu sei una donna e ti vesti e ti comporti come tale è una cosa che ti può distruggere. Avevo persino smesso di guidare perché temevo le reazioni nel momento in cui avessi dovuto mostrare i miei documenti. Adesso la quotidianità è più leggera, normale”.

Quando ha notato le prime differenze con i coetanei di sesso maschile? “Nella pubertà, quando ho compreso che i cambiamenti del mio corpo non mi convincevano. Mi ci sono voluti anni per capire davvero. Ero iscritta una scuola frequentata soprattutto da maschi e avevo una ragazza. Quando ho capito cosa stava succedendo e cioè che in realtà io sono una donna, gliene ho parlato e non ho avuto alcun atteggiamento di rifiuto. Così come ho avuto l’appoggio di tutta la mia famiglia: i miei genitori e mia sorella. A 17 anni ho iniziato ad andare da uno psicologo e adesso, dopo 4 anni, sono pronta per operarmi”.

In Italia? “Assolutamente no, andrò in Thailandia. Là ci sono ospedali perfettamente attrezzati, personale competente e non ci sono le liste d’attesa che ci sono da noi. Qui si aspetta anche quattro anni, là si fa tutto in un paio di mesi. Il personale, i chirurghi sono i migliori al mondo in questo campo. Ho conosciuto persone, soprattutto ragazze che hanno fatto in Italia l’operazione per diventare uomini, che sono state distrutte per sempre da medici incapaci. Una di loro ha fatto causa, ma il danno che le hanno fatto le resterà comunque a vita”.

Alle difficoltà che ha dovuto affrontare, alle crudeltà gratuite di chi si ferma alla superficie del genere, agli imbarazzi di quando le cure ormonali non l’avevano ancora fatta sbocciare nella bella, giovane donna che è adesso, S. accenna appena. Sottolinea che pur essendo fragile lei “è più forte delle altre” e che se c’è da lottare per difendere qualcuno più debole lei si butta. Tutto il resto lo si intuisce.

E anche se questa intervista è stata realizzata il giorno dopo la sentenza che l’ha liberata dalla schiavitù di una carta di identità che non le apparteneva, non a caso la pubblichiamo oggi, che è la Giornata Mondiale della Donna.

Giornata e non festa, sia chiaro. Ché per tutte le donne che hanno alto il senso della propria dignità, l’8 marzo è un momento di riflessione, una data che dà la misura di quanta strada ancora ci sia da fare verso una reale parità. E quando ci arriveremo sarà anche merito di S., che il suo diritto a essere donna l’ha ottenuto con grandi sacrifici e con una determinazione che dove essere esemplare per tutte noi.

Elisabetta Raffa

Giornalista professionista dal secolo scorso, si divide equamente tra articoli di economia e politica, la cucina vegana, i propri cani, i libri, la musica, il teatro e le serate con gli amici, non necessariamente in quest’ordine. Allergica ai punti e virgola e all’abuso dei due punti, crede fermamente nel congiuntivo e ripete continuamente che gli unici due ausiliari concessi sono essere e avere. La sua frase preferita è: “Se rinasco voglio essere la moglie dell’ispettore Barnaby”.