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Il vampiro dello Stretto, capitolo 6

Un altro! Credetti di avere allucinazioni da paranoia, tanto che mi sentii subito osservato. Mi guardai attorno senza vedere nulla, mentre valutavo le possibilità che mi avessero sempre tenuto d’occhio da quando avevo lasciato la città. Quando fui sicuro di non essere in pericolo immediato tornai a guardare giù: la ragazza ormai era del tutto abbandonata tra le sue braccia mentre lui, una specie di vichingo biondo con tanto di barbone e capelli fin sulle spalle, continuava a bere. Se avesse continuato e l’avesse uccisa sarebbero stati guai seri anche per me. Non sapevo nulla di lui ma fui quasi sul punto di saltare giù per fermarlo. Per fortuna si fermò, lasciandola in un piacevole stordimento sui gradini di un vecchio portone. Il vichingo si mosse per tornare tra la folla tranquillo, beato e a pancia piena, ottima condizione per seguirlo. Non sarebbe stato così attento, visto che per il momento si era dissetato. Continuai a pedinarlo di tetto in tetto per buona parte della serata, durante la quale girò per le bancarelle come un turista, in apparenza senza più puntare nessun collo. Girammo per il paesino per ore, fino a quando non si avvicinò l’ora dei fuochi d’artificio. Al contrario degli altri, si diresse nella direzione opposta a quella delle batterie di fuochi, allontanandosi dal centro abitato. Ne fui felice, perché con tutti quei nasi in su, sarei stato costretto a proseguire il pedinamento da terra.

La mia felicità purtroppo fu di breve durata, visto che non appena ci trovammo in una zona poco frequentata corse via. Non mi colse del tutto di sorpresa, ma accumulò un centinaio di metri di vantaggio di cui avrei fatto volentieri a meno. Mi misi a correre anch’io, sperando che le sue capacità non eguagliassero quelle dello stronzetto di Messina e ci addentrammo nella gelida campagna montana. Il terreno umido mi permise di seguire le sue tracce senza sforzi quando spariva: inoltre l’odore di sangue fresco che ancora emanava era come una sirena per la mia Sete.

Non so dire per quanto tempo lo rincorsi ma alla fine, quando vidi che si stava dirigendo verso un altro piccolo assembramento di luci,

lo chiamai. Me ne stupii anch’io sulle prime, ma udii chiaramente la mia parte istintiva spiegare alla mia parte razionale che se si fosse infilato in un altro paesino avrei potuto stargli dietro fino all’alba senza concludere niente. E avevo bisogno di spiegazioni. E di nutrirmi.

Il vichingo sussultò a mezz’aria come colpito da una  fucilata ma cadde giù a terra in maniera quasi elegante. Mi vide arrivare rimanendo fermo, con le dite larghe e gli artigli pronti ad uscire, un ringhio ancora tenuto sotto controllo nella gola. Cercai subito di tranquillizzarlo.

– Buono, non porto rogne.

– Cosa vuoi? – Chiese, sulla difensiva.

– Delle risposte.

– Cosa?

– Risposte! Mi servono risposte. – Era quasi confuso, ma sempre pronto a qualche brutta sorpresa. Ragazzo prudente. – Chi sei?

– Chi sei tu!

– Io sono Uriel. – Tirai fuori il nome d’istinto, senza neppure pensare a mentire. Lasciai a dopo le domande sul perché non gli avessi dato il mio vero nome.

– Che nome di merda.

– Ti ho chiesto chi sei!

– E io ho detto chi sei tu!

– Te l’ho detto! – Rimanemmo in silenzio nella solitudine di quello spiazzo. Era tesissimo, aspettava solo che gli dessi il pretesto per scattare, così mi sedetti, incrociando le gambe. I fari di una macchina passarono distanti e solitari sulla provinciale, ma nessuno dei due mosse un pelo.

– Mi chiamo Uriel. Ti ho visto poco fa alla festa e ti ho seguito. Voglio farti delle domande perché sei il primo vampiro che incontro. – Lui rimase a fissarmi nell’oscurità. La piccola luna che ci illuminava cercò rifugio dietro una nube, gettando la notte in un pozzo ancora più buio. Sedette anche lui ma senza avvicinarsi, lasciando tra noi la ventina di metri iniziale.

– Da quanto stai da queste parti?

– Più o meno da un mese.

– Vuoi dire che chi ti ha creato non ti ha detto che questa è la mia zona?

– Non mi ha creato nessuno.

– Allora te lo dico io, è la mia zona e non mi va che campi a spese mie.

– Camp…ma se non ti sei neppure accorto di me finché non ti ho chiamato!

– Ora me ne sono accorto. E ti voglio fuori di qui. (Continua il 28 maggio)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.