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Il vampiro dello Stretto, capitolo 5

Mi cercai un posto lontano da sguardi indiscreti e proseguii il mio cammino, sempre fermo nella decisione di star lontano da Messina per tutto il tempo necessario affinché ci si scordasse di me. Non ero mai uscito dalla città dopo la mia morte, ma non trovai grandi cambiamenti: stessa splendida, noiosissima quiete in ogni piccolo paese, eccezion fatta per le sagre e feste patronali, vere e proprie esplosioni di luce calore ed euforia nel buio della notte. Scorrazzai per diverso tempo lungo buona parte dei paesi della costa tirrenica, nutrendomi quando volevo, rimanendo da solo anche per notti intere se ne avevo voglia. Messina sembrava aver perso il suo ascendente su di me, o forse era solo la novità a coinvolgermi, non lo so. Come vampiro ero praticamente un neonato, ero ancora preda di sensazioni e istinti che non sempre lasciavano un bigliettino di spiegazioni.

Mi stabilii a Montalbano, un piccolo borgo medievale con tanto di castello del Barbarossa a decorarlo e una sfilza di orride, gigantesche pale a vento per lo sfruttamento dell’energia eolica a deturparlo. Ci passai buona parte dell’autunno per una mia infantile passione per i paesaggi montani frustrata dal vivere in una città di mare. Di buono ci fu che la mia passione fu più che soddisfatta, vivendo un piccolo paese da presepe avvolto dalla nebbia spesso e volentieri. Di cattivo che fui costretto a dare una robusta stretta ai miei pasti, visto che un delitto in paese avrebbe scatenato un putiferio.

Mi nutrii parecchio di animali, alternandoli a sangue umano che rimediai girando di paese in paese, pomiciando con giovani stupidelle durante feste e sagre al riparo di qualche angolo buio. Dopo un po’ imparai anche a sfruttare i morenti, poveri vecchi rincoglioniti e malati a cui risparmiavo la sofferenza e l’umiliazione degli ultimi giorni tra piscio e compatimento dei parenti. Tutto sommato non fu male, imparai in breve tempo a tenere sotto controllo la Sete, anche meglio di come facevo agli inizi.

Mi trovai diversi rifugi, per la maggior parte in case che venivano aperte solo durante il periodo estivo, ma mi tolsi lo sfizio di passare dei giorni

anche al regale riparo del castello e sotto la sacra ombra della chiesa. Nelle notti nebbiose mi piaceva guardare il monumento ai caduti dalla cima del campanile: sembrava che un angelo si fosse smarrito nelle nebbie del sogno di un adolescente. Ma la cosa migliore che ricordo di quel periodo sono senza dubbio le notti di caccia nei boschi. Il correre sotto quella luna piccola e fredda, con l’ansia, l’attesa, la ricerca e il trionfo sanguinario. Al primo agguato capii subito la differenza tra cacciare una mucca e uno stambecco. Anche se uno stupido bovino è facile da prendere, non ti dà le stesse sensazioni dell’inseguimento, della rabbia, del sapore della terra, dell’adrenalina del trionfo e del fetore animale. Le cacce furono molto divertenti e i paesaggi selvaggi dei Nebrodi li ho ancora nella mente, indelebili.

Tuttavia l’evento principale di quel periodo lo vissi durante una festa paesana. Mi aggiravo tra la folla imbacuccata e felice, saziandomi degli odori fortissimi delle bancarelle di dolciumi e dei rumori splendidi e sgraziati delle bande paesane misti agli altoparlanti degli ambulanti intenti a smerciare cd pirata. Feci correre il mio sguardo tra la folla, cercando un bersaglio le cui caratteristiche potessero soddisfare la mia sete. Salii sul terrazzo di una casa, protetto dagli sguardi della folla che raramente tira su il naso dalle bancarelle, la barriera luminosa dei festoni intermittenti e coloratissimi mi rendeva quasi invisibile. Notai una coppietta in cerca di tranquillità mentre si allontanava dalla strada principale per rifugiarsi in una stradina meno frequentata, il posto ideale in cui avrei condotto una vittima, se ne avessi avuta una. Erano in due però e questo era un problema.

Avrei potuto simulare una rapina e bermi entrambi, ma avrei comunque attirato l’attenzione. Non mi sarebbero serviti a nulla se non si fossero separati. Continuai a tenerli d’occhio comunque, spesso una mano più lunga del giusto causa più danni di una piena, in quei momenti. Purtroppo mi resi conto fin troppo presto che la mano avrebbe potuto allungarsi anche all’infinito, visto che la maiala ci stava. Stavo quasi per abbandonare l’idea, quando mi accorsi che stavo osservando un vampiro che si nutriva. Continua il 21 maggio.

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.