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Il vampiro dello Stretto, capitolo 4

I rumori delle macchine che sfrecciavano sotto di me mi risvegliarono la notte seguente. Non appena ne fui in grado mi mossi per uscire, ma capii di dover attendere parecchio, il traffico era tale che mi avrebbero visto subito. Rimasi sul fondo nero e sporco della ventola fin oltre l’una. Ma non mi annoiai, anzi, per la prima volta dalla morte di Marina avevo un problema serio.

Innanzi tutto era davvero un vampiro? Assolutamente sì. Prove?  Più veloce di me, salta più di me, canini, assenza di respiro e battito, ecc. ecc. Da quanto era qui? Boh. Da prima di me? Improbabile, o si sarebbe fatto vivo prima. Era di qui? Dall’abbigliamento e dall’accento coatto sembrava sicuro, quindi esclusi lo straniero misterioso. Era rinato come me o lo avevo creato qualcuno come io ho cercato di fare con Marina? E chi era questo qualcuno? Se era rinato ed era successo da poco, perché era più forte e veloce di me? Se era stato creato, perché il creatore non si era mai fatto vivo? Decisi di piantarla quando vidi che la mia capacità di formulare domande aveva surclassato la mia abilità nel darmi risposte. Quando infine uscii dalla galleria, nero e fuligginoso come un corvo caduto giù di testa in una canna fumaria, decisi di non rientrare in città per il momento.

Mi guardai attorno, ma sapevo già che gli animali non sarebbero bastati quella volta, neppure a voler sterminare tutta la fauna dei Peloritani. Continuai a percorrere il nastro nero dell’autostrada fino a scorgere il mare di Villafranca. Dopo un po’ arrivai alla barriera dei caselli, ma non potevo nutrirmi là: c’era sempre il rischio che ti distraessi e finissi sul nastro di sorveglianza dell’unica videocamera che ti era sfuggita, così mi diressi verso il mare. Scendendo vidi le luci di un piccolo motopeschereccio poco distante dalla costa e lo presi come punto di riferimento. Capii d’averlo puntato fin dall’inizio quando arrivai in spiaggia ed entrai in acqua. I vestiti ancora umidi della sera prima avevano preso tutto lo smog possibile in quella ventola, un bagno avrebbe giovato loro.

Raggiunsi la barca in una decina di minuti e mi appostai a debita distanza. Ne contai cinque, tutti bene in carne e per nulla entusiasti all’idea di una nottata fuori. Il mio celebre humor nero mi fece pensare che erano fortunati, visto che li avrei sollevati da un tale onere. Ma non sorrisi come uno scemo pensandolo, se è quello che pensate.

Salii a bordo e gettai a mare i quattro che stavano alla rete come se fossi stato una folata di vento forte, tanto per tenerli occupati mentre andavo ad uccidere il capitano. Per farla breve me li bevvi tutti e cinque uno dopo l’altro e ne caricai i cadaveri sul peschereccio, poi puntai la barra a nord e lasciai che la nave prendesse il mare. Andai a poppa a tagliare le reti, misi un piede sul bordo e rimasi a fissare la costa scintillante della Sicilia che si allontanava. Arrrrr, abbordaggio riuscito! Ma non risi neppure questa volta.

Alle tre e mezza scesi in sala motori, creai una falla nello scafo e mi ributtai a mare. Il peschereccio si sarebbe trascinato in fondo al Tirreno i cinque corpi entro una decina di minuti al massimo. Tornai verso terra senza troppa fretta, tanto che l’alba mi colse ancora al largo. Era la prima volta che mi capitava ma non mi scomposi più di tanto, mi limitai a scendere fin sul fondale per scavarmi una splendida fossa subacquea.

Il risveglio in mare, con l’acqua che portava alle mie orecchie rumori di barche e creature acquatiche lontanissime, mi riportò alla mente la volta in cui trascorsi la notte nel canale di scolo della fogna, dopo essere uscito dalla stanza di Marina. Sapete, quando ancora non l’avevo uccisa. Quella volta non si poteva neppure parlare di acqua in effetti, anche se la sensazione di disgusto e soffocamento l’avevo tutta attribuita a quello che ci eravamo detti e non ai liquami. Mi liberai dalla fossa e da tutte le minuscole creature che avevano già iniziato a divorarmi durante il giorno e mi diressi verso la costa. (continua  il 14 maggio)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.