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Il vampiro dello Stretto, capitolo 3

Ero sicuro di non essere l’unico al mondo, ma a Messina diciamo pure che stavo accarezzando l’idea. Dopo un anno di solitudine in cui mi ero da poco abituato alla nuova, paradossale situazione, l’arrivo di questa novità mi colpì come dieci uragani simultanei. Un altro! Mi sembrava assurdo! C’erano sempre stati a Messina? E nel mondo? Da quando sapevano di me? Perché non si sono fatti vivi prima? La mente mi frullava tutti questi quesiti in una miriade di dubbi e nuove domande a cui non sapevo dare risposta. Non credo che se avessi avuto maggior tempo sarei riuscito a rispondermi, fatto sta che fui interrotto prima che potessi pensarci.

– È stata una bella mossa, sai? – Non avevo guadagnato neppure dieci minuti. Mi guardò con lo stesso sguardo da spaccone, accovacciato in equilibrio sulla ringhiera di un piccolo balcone dall’intonaco rosicchiato come una mela marcia dal tempo e dall’incuria. Ragionai in fretta e partii all’attacco ancora più in fretta. Pochi minuti fa mi aveva evitato senza che neppure capissi come ci era riuscito, quindi c’erano serie possibilità che lo facesse anche questa volta. E in effetti me lo vidi sparire da davanti agli occhi: guadagnai duecento metri prima che capisse che non sarei tornato indietro. Sparii dietro le casupole del quartiere Ritiro, ma sapevo che non sarebbe durata. Se mi aveva ritrovato dopo tutti i girotondi di prima, mi avrebbe ritrovato sempre.

Guardai il cielo, l’alba non era poi così lontana, già il chiarore del cielo dava risalto ai giganteschi piloni del viadotto dell’autostrada. Ebbi un’intuizione e puntai lo sguardo sui colli. Nuvole basse vi s’infrangevano contro e dall’autostrada ci si poteva arrivare velocemente. Raggiunsi il pilone che titaneggiava su Ritiro come un obelisco d’altri tempi e iniziai a scalarlo tenendomi al riparo sul lato invisibile dal quartiere. Dopo aver capito cosa fosse e aver avvertito la sua pericolosità, l’idea di attaccarlo non mi aveva sfiorato neppure alla lontana. Mi chiesi il perché mentre salivo e imputai la cosa allo shock dell’imprevisto. Là per là non riuscii a trovare una migliore risposta, anche se sapevo esserci dell’altro.

Raggiunsi il ponte e scavalcai il guard-rail in tempo per essere investito dai fari di una rover che passò a centocinquanta strombazzando inviperita e facendo stridere le gomme. Le lanciai contro una maledizione silenziosa, visto che ormai al rumore ci aveva pensato lei e mi sporsi di sotto per controllare le eventuali conseguenze. Ebbi appena il tempo di sperare di aver evitato

la grandine, che un puntolino d’ombra apparve sulla parete del pilastro. Cominciai a correre subito visto che sul rettilineo avrebbe avuto tutti i vantaggi e i colli erano molto distanti. Superai la rover di prima e mi girai, in tempo per vederlo scavalcare il guard-rail quando non ero neanche arrivato a metà strada. Cercai di aumentare ancora la velocità, ma scoprii per la prima volta i miei limiti a quel riguardo. Come cazzo faceva ad andare così veloce, se la vedeva lui. Mi girai di nuovo e aveva già divorato metà della distanza che ci separava. I colli erano vicini ora, ma temetti lo stesso di non fare in tempo. Cinque secondi e si avvicinò talmente da farmi avvertire la sua presenza senza bisogno di vederlo o sentirlo. Saltò nello stesso momento in cui saltai io, ad una ventina di metri dalla fiancata del colle. Mi voltai e lui era lì, ad un metro da me in attesa di ghermirmi non appena avessi toccato terra. Rise mentre la distanza fra noi si riduceva e quando riuscii a percepire l’odore di sangue marcio proveniente dalla sua bocca disse: – Preso!

Entrammo nell’oscuro candore della nube e mi mancò. Mi passò vicino ad una velocità folle e atterrò di malagrazia contro un pino. Si guardò attorno stordito, facendosi scappare un Cosa cazzo… da una bocca non più ridanciana. Continuò a scrutare a destra e a sinistra, girandosi verso di me decine di volte senza scorgermi mai. Non mi spiegai il perché, la mia mente era altrove, distolta da una lieve sensazione di leggerezza. Possibile che ci vedesse così male da non scorgermi nel nebbione? Continuò a cercare finché il cielo sempre più chiaro non iniziò ad impensierirlo. Con un moto finale di stizza tornò sui suoi passi e riprese l’autostrada in senso inverso, diretto di nuovo a Messina.

Per qualche minuto non feci nulla, ancora troppo scioccato per reagire. Come avevo fatto? Non riuscii a spiegarmelo. Solo l’appropinquarsi dell’alba mi indebolì al punto che piombai a terra senza capire da dove. Ero ancora confuso e il tempo era agli sgoccioli, perciò diedi un taglio alle domande e tornai anch’io sull’autostrada. M’infilai nella galleria grande, quella che attraversa i Peloritani fino a sboccare all’interno dei monti, all’altezza del villaggio di Salice. Mi addentrai fino a non scorgere più la minima luce dall’esterno e trovai rifugio in una delle grandi ventole a cilindro per l’aerazione. Avevo usato per la prima volta il Dono e non lo avevo neppure capito. (continua il 7 maggio)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.