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Il vampiro dello Stretto, capitolo 2

Purtroppo però, nonostante questa ridda di pensieri alla fine tornavo sempre con la testa a lei: alle ciocche bionde e bagnate che le adornavano la fronte mentre urlavo il suo nome e pregavo Dio di non portarmela via, al suo sangue che mi lordava la mano e mi correva nel cuore, alle sue ultime parole per me.

Quando capii che avrei anche potuto scavare un solco camminando, prima che ciò mi aiutasse a lasciarla in pace, decisi di provare a distrarmi col pedinamento, approfittando del fatto che aveva smesso di piovere. Mi sarebbe servito il ricambio, ma non lo toccai mai: una sagoma nera come le ombre in cui era avvolta stava alla base del ficus. Ne fui sorpreso, non avevo percepito la presenza di nessuno, eppure era lì a fissarmi come fosse la cosa più normale del mondo. Indossava dei pantaloni di tuta grigi e neri e una canottiera bianchissima da coatto a protezione del torace da tisico, il tutto completato con un doppio taglio da antologia a decorazione della zucca. Il riflesso rossastro di un orecchino mi ammiccava provocatorio nel buio.

Non avevo intenzione di nutrirmi ancora per quella notte, ma visto che l’idiota non solo stava passeggiando nel mio orticello, ma mi si offriva anche come agnello sacrificale, beh, non mi sarei certo tirato indietro. Mi lanciai su di lui ad una velocità tale che l’acqua sul mio corpo lasciò sul posto un fantasma umido di goccioline nebulizzate. Fu in assoluto il mio fallimento più clamoroso: non mi resi neppure conto di aver afferrato l’aria, proseguii schiantandomi contro il ficus e rovinando giù con la testa a terra e  gambe all’aria. Tale fu la sorpresa che non capii neppure perché d’un tratto tutto era sottosopra. Mi rimisi in piedi più confuso che persuaso, guardandomi attorno per convincermi di aver avuto una visione. Purtroppo la visione era poco più in là, vicino alla piccola grotta col laghetto, che mi faceva di no col dito.

C’era qualcosa che non andava, qualcosa di sbagliato, il mio corpo lo avvertì con la stessa chiarezza con cui si distingue il buio dalla luce, tuttavia non riuscì ad esprimerlo al cervello in maniera chiara.

– Che cazzo vuoi? – Non si prese neppure il disturbo di rispondere.

Tutti i campanelli d’allarme che sapevo di avere mi gridavano di correre, ma si limitò a guardarmi divertito. Il tempo sembrò  rallentare, come se perfino lui volesse vedere ciò che sarebbe accaduto. Questione di attimi e mi si sarebbe gettato contro, lo avvertii dall’impercettibile tremolio dell’orecchino, o forse da qualcosa di ancor meno evidente, fatto sta che mi presi il vantaggio della prima mossa. Scappai sfruttando tutta la velocità di cui ero capace, roba da far sembrare lo scatto di prima quello di una lumaca. Morta. Servì appena a non essere afferrato immediatamente. Mantenni il distacco cambiando direzione a caso, rimbalzando su sentieri, alberi, edifici, ma non potevo lasciare il parco, in campo aperto mi avrebbe preso. Avevo forse mezzo secondo di vantaggio, ma per scollarmelo di dosso me ne sarebbero serviti almeno una manciata. Seguitai a rimbalzare come una mosca dentro un bicchiere, cosciente che con quell’andazzo non ne avrei avuto per molto: in un paio di occasioni mi si era avvicinato troppo, giocando d’anticipo.

Mi salvò un lampeggiante blu colto con la coda dell’occhio, che guidò il mio sguardo fino ad una volante della polizia che stava rientrando nella vicina questura. Per la prima volta uscii dai confini del piccolo parco puntando dritto al muro dell’adiacente chiesa di San Giovanni di Malta, mentre la volante imboccava l’omonima via: atterrai sulla parete della chiesa e tornai indietro, col mio bersaglio che mi volava incontro. Ci afferrammo a mezz’aria, ognuno frenato dallo slancio dell’altro e iniziammo a cadere giù.

– Pronto a fare sul serio? – Mi chiese sghignazzante.

– Sì. – Risposi, scagliandolo contro la volante. Lessi sul suo volto la sorpresa quando si rese conto di cosa avevo fatto, purtroppo per lui con un secondo di ritardo. Finì dritto sparato dentro l’abitacolo, polverizzando il parabrezza. Non rimasi a guardare, avevo guadagnato quattro, forse cinque secondi prima che riuscisse a tirarsi fuori di lì e liberarsi dei poliziotti, magari anche di più se avevo culo. Ed ero cosciente anche di un’altra verità, rivelatami dai lunghi, fieri canini del sorriso del mio rivale.

Girai in tondo per la città una decina di volte per confondergli le idee e solo dopo mi persuasi a prendere una direzione. Arrivai al vecchio manicomio con la parola Vampiro! che mi esplodeva in testa. (continua il 30 aprile)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.