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Il vampiro dello Stretto, capitolo 14

Mi sembrò di metterci un’eternità ma pian piano il piccolo solco divenne grande, poi divenne una piccola buca che resi abbastanza grande per potermici infilare strisciando. Non andai molto in profondità perché temevo di non avere la forza per tirarmene fuori, così rimasi grossomodo parallelo al terreno, scavando fino ad una cinquantina di centimetri sotto il manto erboso. Pregai ardentemente che quel campo rimanesse deserto di giorno così come lo  era stato di notte, perché se qualcuno avesse scoperto quel buco e deciso che valeva la pena di vedere che cosa nascondeva, tutta la mia fatica sarebbe stata inutile. Ci misi quasi sei ore per riuscire a sparire sottoterra fino ai piedi, e negli ultimi minuti feci davvero a pugni col coma diurno che si avvicinava sempre più. Per riuscire nell’impresa mi concentrai sulla sensazione di vago indolenzimento che avevo cominciato a provare sulla parte posteriore degli stinchi: mi immaginai l’ambiente esterno sempre più chiaro, che sempre più nettamente mostrava il fondo dei miei jeans e delle mie scarpe che sparivano nel terreno, sprigionando qualche pigro filo di fumo. Poi arrivò il buio.

Quando mi risvegliai mi complimentai con me stesso. Mi sarei abbracciato, se avessi potuto. Mi concessi un’altra ora di riposo prima di azzardare un tentativo di movimento, in gran parte per colpa di una vocina fastidiosa che mi diceva che il riposo non bastava, che avevo bisogno di

SANGUE!

per riprendermi e guarire e che senza

SANGUE!

non avrei potuto fare niente più della sera precedente. Pensai anche di passare un’altro giorno lì, ma non volevo sfidare ancora la fortuna. Non ero in un bosco, un pascolo che rimane deserto per ventiquattro ore è plausibile, per quarantotto è già un altro paio di maniche. Poggiai sul terreno le mani e spinsi. Fu come provare a fare una flessione con un suv parcheggiato sulla schiena, ma ci riuscii. Sembravo un mostro di fango, ubriaco per di più, ma almeno le ossa si erano quasi saldate. Caddi subito col culo per terra e provai a rialzarmi, ma ebbi un

capogiro. Mi concessi un altro minuto prima di riprovarci e la seconda volta la terra e il cielo rimasero dove competeva loro. Tuttavia la sensazione di spossatezza era identica alla sera prima e la Sete anche peggio. Non riuscivo quasi più a sentire nessun altro impulso. Se non mi fossi nutrito sarei impazzito. Barcollai per la campagna per diverso tempo, puntando in direzione del paesello verso cui s’era diretto il vichingo stronzo. Mi sarei risparmiato volentieri la possibilità di reincontrarlo, specie in quelle condizioni. Rabbia a parte, sapevo bene che anche nel pieno della forma mi aveva conciato da sbattere via, ma non c’era un centro abitato più vicino e avevo un bisogno smodato di

SANGUESANGUESANGUESANGUESANGUE

e avrebbe dovuto essere sangue umano per permettermi di rimettermi in fretta. Sul cammino ebbi la fortuna di catturare un coniglio, a costo di buona parte delle mie energie. Il suo sangue non mi diede alcun piacere. Ma la sensazione di dolore che iniziai a provare alle gambe e al volto mi disse che a qualcosa era servito; mia nonna avrebbe detto che ogni cacatina di mosca è sostanza. Non mi feci troppe illusioni, sapevo che era ben altro che mi serviva, ma quel piccolo focolaio di guarigione mi diede un pizzico di ottimismo in più.

Mi tornò alla mente la notte in cui uccisi Marina, quando nella foga del dolore e della paura mi strappai la mano. Mi ricordai della quantità di sangue che bevvi e del dolore atroce che la rigenerazione dei nervi mi provocò, man mano che l’arto ricresceva. Non potevo permettermi di pensare a lei in quel momento, ma il ricordo mi si presentò in maniera così naturale che non riuscii a fare altro che accoglierlo. Buongiorno amore, sono sempre quello che ti ha ucciso, ti ricordi?

Le condizioni in cui versavo, miste alla Sete e a quel ricordo mi causarono un’allucinazione spaventosa: mi rendevo conto della morte di Marina, sul terrazzo bagnato dalla pioggia, ma invece di strapparmi la mano come avevo fatto mi dissi: Oh beh, ormai è fatta, tanto vale approfittarne. (Continua il 23 luglio)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.