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Il Signor Girone, capitolo 6

– Scusi? – Azzardò timidamente il signor Girone, – Ma perché ha preso la circonvallazione? Se passavamo dalla litoranea…
– A quest’ora c’è sempre traffico, – Tagliò corto il tassista, – con quest’acqua poi, non può che peggiorare. Stia tranquillo, che arriveremo in un attimo.
– Ma è sicuro che non allunghiamo, così?
– Beh? Vuol saperlo meglio di me che faccio avanti e indietro tutti i giorni? – Rispose, punto sul vivo.
– No, no, volevo solo…
– Io non me ne approfitto mai, tanto perché lei lo sappia!
– Non intendevo…
– E allora stia seduto buono, che adesso a lei ci penso io! – Quel adesso a lei ci penso io seppe come interpretarlo solo qualche minuto dopo quando, come temeva, si rese conto che il tassista stava volutamente allungando il percorso. Lasciò la circonvallazione nel punto più infelice, ovvero all’incrocio con via dei Mille, che li allontanò ulteriormente da corso Magenta di almeno altri due chilometri. Dopodiché si infilarono in quel budello di corso Pitagora, una di quelle strade da evitare come la peste quando si ha fretta, visto che è una delle strade del passeggio-shopping. Ci misero mezz’ora per arrivare a destinazione.

– Cinquanta euro. – Disse infine il tassista, con tono innocente. Il tassametro indicava chiaramente 41,20.
– Ma…come scusi, il tassametro…
– Non vede che mi ha inzaccherato tutto il sedile, bagnato com’è? – Lo accusò girandosi, – Non ci vuole mettere almeno cinque euro per il disturbo?
– Sì, ma anche così…
– E la mancia? – Concluse il tassista, prevenendo la sua obiezione. Per un attimo, quell’evidente prepotenza gli fece montare un fondo di risentimento nello sguardo ma poi, come sempre, con un sospiro lasciò perdere. Quel tizio così sgarbato era quasi il doppio di lui, meglio lasciar perdere l’onore; non voleva prendersi una ripassata dopo avere evitato quella al parco. Per fortuna aveva incassato lo stipendio solo tre giorni prima, così che quella dispendiosa domenica (e ancora non aveva visto Giusy) si sarebbe potuta ammortizzare lungo tutto il mese. Pagò senza fiatare e uscì dal taxi, che partendo gli schizzò immancabilmente l’acqua sporca di una pozzanghera sulle scarpe.

– Acciderba, – Imprecò, colto di

sorpresa dall’acqua gelida che già sentiva farsi strada nelle calze. – che disgraziato! – La targa gli rimase impressa, mentre la vettura si allontanava sempre più, LI 236 GH. Avrebbe potuto chiamare la società, lamentarsi del sevizio, dire che avrebbe fatto cattiva pubblicità a destra e a manca, che conosceva un sacco di gente importante. Piantargli una grana, insomma. Ma il portone di Giusy era lì davanti, al momento voleva solo levarsi quei panni bagnati di dosso. Magari se se ne fosse ricordato più tardi…
Suonò il citofono e avvertì nell’altoparlante uno sgradevole fruscìo di ritorno. Attese, in imbarazzo come tutte le volte che andava da lei. Non ci vuole molta immaginazione per capire cosa ci faccia un uomo solo al citofono di quel palazzo. Quasi tutti sapevano di Giusy, nella zona.

– Sei in anticipo, fatti un giro! – Disse deformata dal citofono una voce sensuale e affannata, quando quasi aveva perso le speranze.
– Giusy? Non riattacchi, aspetti!
Ci fu un attimo di incertezza dall’altro lato: – Ma chi sei? Carlo?
– No, io sarei…sono, ehm, il signor Girone.
– Tesoro! Che ci fai da queste parti?
– Potrebbe aprirmi?
– Mah, io veramente avrei da fare…
– La prego! – Il tono supplichevole del signor Girone era una delle cose che toccava il lato più compassionevole della ragazza. Dopo un attimo il portone si aprì con un ronzio breve quanto minaccioso. Il percorso fino alla sua porta gli sembrò interminabile come tutte le volte. Anche se erano solo quattro rampe di scale, l’idea di occhi indagatori dietro agli spioncini delle porte gli si piantava sempre in mente. Quando finalmente gli aprì, Giusy era avvolta da una vestaglia di seta bianca che la fasciava in maniera superba.

La giovane aveva cominciato cinque anni prima, quando i suoi andarono in pensione e le dissero che non potevano più mantenerle l’università e l’appartamento in città. Disse loro di non preoccuparsi di niente, si sarebbe trovata un lavoro part-time e sarebbe andata avanti da sola, così gettò i libri di scienze statistiche alle ortiche e si buttò nella prostituzione indoor come un pesce nell’acqua. D’altra parte ne aveva avuta la vocazione fin dal liceo, dove ancora pensano a lei con rimpianto.