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Il signor Girone, capitolo 14

Magari una volta passata la fregola (perché sapeva bene quanto piacesse a Vanni) sarebbe stato anche più malleabile sui soldi. Quello per tutta risposta, si gettò su di lei strizzandole un seno con crudeltà, per farle male. Con l’altra mano estrasse un coltello a serramanico facendo scattare la lama, che fuoriuscì con lampo freddo sulla lama liscia. Adesso ristabiliamo le gerarchie, cara la mia ficona, Disse: lo vedi questo? Prova a fare qualche scherzo e dopo che ti ho scopato ti infilo questo dentro e ti tolgo i ferri del mestiere. Chiaro?

Detto questo le mise la lama alla gola e iniziò. O meglio, provò ad iniziare, ma la mezza bottiglia di whisky che aveva vuotato prima che arrivasse lei non lo stava aiutando per niente. Poggiò il coltello a terra per aiutarsi con la mano, ma non ci volle molto perché lei se ne accorgesse, era una professionista in fondo, con un sacco di ore di volo. Proprio non ce la fece a trattenersi dal chiedergli se gli servisse un cric.

Non era stata una grande presa in giro, ma più che bastevole per Vanni. Un circuito si chiuse nel suo cervello e perse il lume della ragione. Le rifilò un manrovescio e con un urlo animalesco prese a strozzarla con tutta la forza che aveva. La gola le si chiuse in un attimo, facendole capire in un battito di ciglia quanto le fosse necessaria l’aria che da quando era nata mandava dentro più per abitudine, che per altro. Provò a liberarsi rovesciandolo, ma Vanni era troppo pesante per lei e quelle mani stringevano senza sosta. La vista cominciò ad offuscarsi, ormai vedeva nitidamente solo il volto de suo aggressore che le ringhiava contro, feroce.

Quando ormai aspettava solo la fine, sentì la presa allentarsi e il volto del suo aggressore deformarsi in una smorfia di sorpresa e dolore: sulle mani avvertì una sensazione di calore e di bagnato. Puttana, guarda che hai fatto! Ruggì Vanni fuori di sé. La tirò su con le braccia in un ultimo disperato tentativo di strozzarla e poi la scagliò giù con tutta la sua forza. Prima di sentire la botta che la fece sprofondare nel buio, Giusy fece in tempo a vedere il coltello di Vanni nelle sue mani, grondante del sangue del suo proprietario.
– Io…l’ho ucciso! Balbettò rivolta a se stessa.

– Te lo avevo detto. – Fu la laconica risposta della sorridente cosa-signor Girone. Ormai non riusciva più a riconoscerlo come il caro e gentile signore a cui aveva imparato ad affezionarsi. Non c’era più niente in lui che glielo ricordava, niente di umano. Era rigido come un morto, non una contrazione tradiva il suo stato. Nessun movimento per aggiustarsi o stare più comodo,

neppure la minima modifica ai muscoli della faccia che gli dipingevano quell’assurdo sorriso senza denti da maschera di teatro. E gli occhi. Giusy vide, solo in quel momento che le pupille erano dilatate a dismisura, non riusciva quasi a scorgerne il bel colore verde. Avrebbe potuto infilarvi il mignolo dentro senza incontrare resistenza. L’idea la disgustò, ma non ebbe neppure il tempo di soffermarcisi.

– Non ricordi altro? Dopo?
– No…lui mi ha sbattuta a terra, poi sono svenuta.
– No Gabriella. Sei morta.
– Che? No, non può essere!
– Ti ha fracassato il cranio contro il pavimento. Vai di là, controlla. Potrai toglierti lo sfizio di vedere di che colore è il tuo cervello.
– No! No!
– Temo di sì, Gabriella.

Giusy guardò la porta da cui era uscita solo un paio di minuti fa: falso legno bianco, ricoperto da un strato di unto uniforme. Sotto di essa la striscia di sangue conduceva al punto dove Vanni si era accasciato. Era la stessa di prima, ma varcarne la soglia gli sembrò un’idea superiore alle sue forze. Era certa di essere viva, ma se l’avesse aperta e si fosse vista riversa sul pavimento? Non voleva impazzire! – No. Non voglio.
– Come vuoi. Prova a toccarti dietro la testa, allora.

Non ebbe il tempo di pensarci, lo fece in maniera automatica come le migliaia di volte in cui lo aveva fatto per ravvivarsi i capelli. Le dita affondarono molto più del solito senza incontrare altro che un’umida e flaccida resistenza. Un rapido singulto d’orrore le salì alle labbra e non poté fare a meno di guardarsi la mano, rossa di sangue scuro e grumoso. Una palletta di diversa consistenza le si era insinuata tra indice e medio, aveva un colore grigiastro. Ancora una volta sentì l’esigenza insistente di farsela addosso e ancora una volta fallì. – Oddio…oddio, che mi succede? Oddio aiutami!

– È appena successo, Gabriella. Nessuno ti può più aiutare. Quando sono abbastanza vicino, faccio in modo da essere presente al momento giusto.
– Ma chi cazzo sei, tu?
– Di certo non sono il tuo timido e dolce signor Girone. Ti ricordi quando al liceo la professoressa Gelmisi ti fece studiare la Divina Commedia?
– Come fai a sapere… – Ma la ignorò, continuando con tono annoiato.
– La caduta di Lucifero genera l’Inferno, dove i dannati scontano il contrappasso per i peccati commessi in vita, fino alla fine dei tempi. Questa idea vi è piaciuta talmente tanto che avete ufficiosamente accettato l’idea che l’Inferno sia proprio così. – Si prese una pausa emettendo un verso che, con molta fantasia poteva ricordare una risata trattenuta nello stomaco. – Non avete pensato neppure per un attimo che non bisogna mai dare troppo credito ad un autore, riguardo a quello che scrive?

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.