Il signor Girone, capitolo 12

Aveva lasciato il giubbotto in ufficio, ma il pensiero di fare dietrofront non lo sfiorò neppure, nonostante avesse preso a tirare un vento freddo che lo intirizzì dopo pochi minuti di marcia. Per fortuna il movimento lo riscaldò ben presto. Il signor Girone procedette sicuro attraverso la città come se sapesse dove stava andando, attraversò zone a lui familiari e zone che forse doveva aver attraversato una o due volte al massimo. Era in uno stato mentale strano ma familiare, provava la stessa sensazione in sogno, sempre appeso a metà strada tra ricordo, azione e visione.

Si ritrovò vicino a dove abitava la signorina Giusy, ma i piedi lo portarono davanti ad un portone nuovo, per lui. Era vecchio di anni ma aveva l’aria di voler reggere ancora per molto tempo, nonostante i graffi e le vetrate incrinate. Lo spinse e si aprì su un androne abbandonato a se stesso, che ospitava una scala dai gradini tutti sbreccati. Salì senza esitazione fino al quarto piano ed entrò come fosse in casa sua. La visione di un appartamento travolto da un ciclone lo accolse: barattoli di maionese e marmellata aperti e disseminati ovunque facevano da contraltare ad un impianto stereo che doveva costare almeno settemila euro, pulito e scintillante. Su un divano in pelle nera, probabilmente umana, erano ammucchiati senza criterio indumenti puliti e biancheria sporca.

Cicche e bottiglie vuote come fossero state seminate sul parquet rossiccio e tappeti colorati accartocciati contro i battiscopa. Una scia di sangue fuoriusciva da una porta e si fermava sotto un corpo accartocciato che gli dava le spalle. Il signor Girone gli girò attorno per vederlo in faccia, ma lo aveva già riconosciuto: era Vanni, quello stesso prepotente che lo aveva strapazzato ieri. Era ancora vivo ma non ne aveva per molto, c’era troppo sangue per terra. Un’espressione indefinibile passò sul volto del signor Girone che senza la minima fretta seguì la scia di sangue fino alla porta. Stava per aprirla, quando qualcun altro dall’interno la attraversò, facendolo trasalire. Non si era reso conto che ci fosse qualcun altro. Giusy fece il suo ingresso nella stanza, fissando il suo sguardo confuso su di lui, che sentì le viscere scendergli di un palmo. Aveva il viso gonfio come se fosse stata picchiata, le guance rigate di pianto e mascara e il bel caschetto di capelli corvini tutto scompigliato, rappreso in ciocche appiccicaticce.

– S-signorina! – Boccheggiò sgomento.
– Aiutami. – Chiese in tono neutro, come se fosse la cosa più naturale del mondo, – Mi fa male la testa. Ero venuta a comprare un po’ di erba e… – Il signor Girone

però non si mosse, intento a squadrarla. – Mi hai sentito?
– Non posso.
– Cosa?
– Mi dispiace signorina, ma non posso. – Lei fu lì, lì per rispondere in malo modo, ma Vanni attirò la sua attenzione provando a tirarsi su.
– Putt…ana, guarda che ha fatto!…Spero di averla… – Provò a tirare il fiato, ma la sola impresa richiese tutte le sue residue forze, tanto che barcollò schiantandosi contro il tavolo, vi si aggrappò e alzo lo sguardo sul signor Girone: – Che cazzo ci fai tu in casa mia?…Dio, che male…aiutami, chiama un’ambulanza…
– Non servirebbe a niente, signore. Si sieda e sia paziente, sarà subito da lei. – Gli sfiorò la spalla come per invitarlo a sedersi, ma quello rovesciò gli occhi all’indietro e cadde di nuovo a terra, sbattendo malamente la testa.
– È…morto?
– Tra poco lo sarà.
– Allora non perdiamo tempo, andiamo via!
– Per andare dove, signorina?
Per la seconda volta fu sul punto di rispondergli male, ma si rese conto che in effetti non sapeva rispondere. – Io…non lo so. Però devo andare. – Si passò una mano sul volto, sempre più confusa. L’espressione del signor Girone non poteva avrebbe potuto essere più sconsolata.

– Mi dispiace davvero, signorina, che le sia successo così presto. Non è giusto, ma non posso fare nulla.
– Ma di cosa stai parlando?
– Non lo so. A dire il vero neppure io ricordo bene, ma tanto fra poco saprà. Sta arrivando.
– Ma chi? – Il signor Girone si sedette sulla poltrona di pelle, schiacciando un paio di jeans da 300 euro. Aveva un’aria affaticata e il fiatone, come se avesse appena fatto cinque piani di scale correndo. – Gli chiederò…il favore di spiegarle, dopotutto mi ero…affezionato… – Dopodiché appoggiò la testa allo schienale e chiuse gli occhi.
– Ma cos’hai, ti senti male? Tesoro? – Fece due passi nella sua direzione e il signor Girone riaprì di scatto gli occhi, facendole sfuggire un grido.
– Salve, Gabriella.
Per poco non gridò di nuovo. Il signor Girone aveva parlato senza muovere le labbra e per di più la voce non era la sua. Era più calma e soprattutto molto più bassa, al punto che se la sentiva nello stomaco; la sopportava con fatica. Ma la cosa che l’aveva sconvolta era che l’aveva chiamata col suo vero nome, che lei non aveva mai rivelato a nessuno, dopo che si era trasferita e aveva cominciato a lavorare. La guardava fisso, rigido come un manichino, sorridendo senza scoprire i denti. Sembrava volerla mettere a suo agio ma le faceva venir voglia di guardarsi alle spalle. (continua il 5 marzo)

Paolo Failla

Sano di mente nonostante un'infanzia con classici Disney e cartoni animati giapponesi, il battesimo del fuoco arriva con i film di Bud Spencer e Terence Hill, le cui opere sono tutt'ora alla base della sua visione sull'ordine del cosmo. Durante l'adolescenza conosce le opere di Coppola, i due Scott, Scorsese, Cameron, Zemeckis, De Palma, Fellini, Monicelli, Avati, Steno e altri ancora. Su tutti Lucas e Spielberg . Si vocifera che sia in grado di parlare di qualsiasi argomento esprimendosi solo con citazioni varie. Ha conosciuto le vie della Forza con una maratona di Star Wars di oltre 13 ore.

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