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Il signor Girone, capitolo 11

Si rassegnò ed entrò quasi trascinando i piedi e a capo chino, pronto all’umiliazione pubblica. Quando lo raggiunse, gli picchiettò timidamente sulla spalla, ma si sentì rispondere con fare distratto: – Non ora, sono nel difficile.

Quasi non credette alle sue orecchie, tanto che ebbe il dubbio che non stesse parlando con lui. Tuttavia fu abbastanza furbo da non sprecare quel raro colpo di fortuna, girò le spalle e raggiunse la sua scrivania, da dove tirò fuori la biancheria e la camicia di ricambio, se li mise sottobraccio e andò verso le toilettes, ma si fermò. Sarebbe stato meglio lasciare la borsa sulla scrivania, quale testimone della sua presenza. Si girò ancora una volta e si rese conto di non avere la cartella con sé. Schegge di vetro congelato gli artigliarono l’interno della bocca, ebbe un piccolo capogiro e riprese a sudare come un porco prima del macello. Per un attimo ebbe la tentazione di scoppiare a piangere, ma si controllò, cosciente di essere in un luogo pubblico. Come aveva potuto dimenticarsi la cartella da lavoro? Gran parte del suo lavoro era lì dentro! Si passò una mano sul volto per calmarsi, l’odore acre del suo sudore aveva letteralmente polverizzato l’effetto della colonia, lasciandone solo una parvenza che sembrava esaltare l’odore che il suo corpo si divertiva ad emanare.

– Signor Girone! – Come fulminato da una fucilata, il signor Girone si voltò di scatto, sciorinando calze e mutande sul pavimento. Il dottor Langelica, evidentemente tornato coi piedi per terra, lo fissava con i pugni sui fianchi. Fosse stato senza barba e più tarchiato sarebbe stato quasi identico a Mussolini. – Ma cosa fa, è pazzo?
– Io veramente…
– Ha un’ora e venti di ritardo, dove crede di essere?
– Mi scusi dottor Langelica, la sveglia non ha suonato.
– E in che condizioni si presenta, sembra un vagabondo!
– Lo so, mi stavo appunto accingendo a cambiarmi perché ho dovuto correre per arrivare…
– In ogni caso avrebbe dovuto venire da me prima di ogni cosa. Non mi piacciono i furbetti, sa?
– Ma veramente è stato lei a dirmi che era occupato, giusto un attimo fa.
– Ma mi prende un vecchio senile, per caso? Questa sera si tratterrà per tre ore dopo la fine dell’orario d’ufficio, sono stato chiaro?
– Sì dottor Langelica.
– E adesso vada a cambiarsi, è in uno stato pietoso!
– Sì dottor Langelica. – Il signor Girone raccolse tutta la roba che aveva sciaminato per l’ufficio e si diresse alle toilettes ignorando tutti gli

sguardi che si sentiva incollati addosso. Era cominciata un’altra settimana in ufficio.

Durante la mattinata non osò alzarsi neppure per andare al bagno, se la tenne fino alla pausa pranzo per evitare che il capo passasse proprio in quel momento e credesse chissà che cosa. Dopo tre ore seduto a tenersela, il bisogno di andare in bagno era qualcosa più che un’urgenza. Il ragionier Sanna lo bloccò in corridoio mentre faceva conversazione con un altro paio di colleghi. – Oh, eccoti qua! Ma si può sapere che cosa hai combinato stamane?
– Guardi Sanna, avrei fretta…
– Solo un secondo, che sarà mai! Bergelli era in bagno e si è perso tutto, dai racconta!
– Ecco, anche io dovrei…
– Sì, lo so che hai un sacco da fare dopo la ramanzina del capo, ma ci vorrà solo un secondo.
– Ma non posso…
– Suvvia non fare il timido, che fra un po’ dobbiamo andare al bar per mangiare, prima che Langelica ci tolga anche questo!

Il signor Girone si lasciò convincere nonostante la sofferenza e raccontò per sommi capi le disavventure della mattina. La palla di piombo che sentiva crescergli nel ventre aveva iniziato a torturarlo senza mezzi termini, non riusciva davvero più a tenerla, ma ogni volta che provava a congedarsi una mano lo tratteneva strattonandolo per farsi ripetere qualche dettaglio, o per porre qualche domanda idiota. Se si fosse bagnato i pantaloni di fronte a quei pettegoli avrebbe potuto rassegnare le dimissioni. Con la forza della disperazione riuscì a divincolarsi e correre verso i bagni a chiappe strettissime. Fu un arrivo al foto finish, ma come Dio volle riuscì ad evitare l’ennesima umiliazione.

Il resto del pomeriggio fu talmente monotono, interminabile e noioso da fargli rimpiangere la mattinata. In più, la situazione peggiorò drasticamente dopo che i colleghi se ne andarono, visto che non poteva neppure rompere la monotonia scambiando una parola col vicino. L’unico diversivo era costituito dalle telefonate del dottor Langelica che di tanto in tanto chiamava per sincerarsi che fosse ancora lì. Fosse stato almeno straordinario pagato! Guardò l’orologio, mancavano ancora più di quaranta minuti e poteva stare tranquillo che il capo avrebbe chiamato fino alle venti e un secondo.

Chiuse rassegato il registro che aveva davanti e andò a riporlo nello scaffale da cui lo aveva preso. A metà strada lasciò cadere il registro a terra, che si sfascicolò con indignazione. Il signor Girone neppure se ne accorse, aveva modificato la sua rotta senza il minimo ripensamento, e richiuse la porta dietro di sé. Pochi secondi dopo il telefono squillò. (continua il 26 febbraio)