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Il signor Girone, capitolo 10

Le ultime parole le aveva pronunciate accompagnando gentilmente e inesorabilmente verso la porta il signor Girone, che realizzò di esser stato messo alla porta solo quando la sentì richiudersi dietro di sé. Rimase a fissare il legno blindato finché non capì che non si sarebbe riaperta. Chinò il capo sconsolato e risalì a casa dove i rustici, ormai di nuovo freddi, avevano perso ogni attrattiva. Li sbocconcellò senza troppo entusiasmo davanti alla tv, con la testa più all’ennesima rogna che ad altro. Cercò come al solito di consolarsi pensando al lato positivo e cioè che già da qualche tempo temeva che non sarebbe durata, in quel condominio. Se non altro così si era tolto un dente che già da qualche tempo lo tormentava.

Si stufò presto di fissare lo schermo della tv, tanto valeva chiudere e mettersi a letto. L’incidente al parco lo aveva costretto a gettare il libro che aveva iniziato, ma non riusciva a prendere sonno senza leggere almeno qualche pagina. Si ripromise di comprarne una nuova copia alla prima occasione, ma per quella sera si sarebbe adattato a rispolverare una vecchia raccolta di racconti di Buzzati. Nonostante la magia del Bellunese, non ci volle molto perché il sonno avesse la meglio. Poco a poco le palpebre scesero sempre più, fin quando anche l’elegante edizione argentata della raccolta che stringeva fra le mani, scivolò piano sul copriletto per poi cadere a terra con un tonfo che non strappò neanche un borbottio al signor Girone.

L’indomani mattina, quando riaprì gli occhi controvoglia, vide la luce illuminare la sua piccola stanza da letto. Si rigirò nel letto, godendosi quel calduccio ancora per qualche minuto. Giusto il tempo necessario al suo cervello per rendersi conto che la stanza era troppo illuminata. Riaprì gli occhi per sincerarsi dell’orribile consapevolezza che lo aveva colpito e vide che aveva ragione: troppa luce. Balzò dal letto strappando dal comodino la malefica radio sveglia che al posto di suonare, mostrava un 00:00 rosso e lampeggiante.
– Acciderba! – Balbettò con orrore il signor Girone, che alzò gli occhi sull’orologio da parete lo vide segnare le otto passate. – Oh, acciderba!

Per una manciata di secondi cadde nel panico: si mosse qua e là per la stanza come un ubriaco, senza riuscire a decidere da dove cominciare per rimediare a quel disastro. Quando finalmente acquistò lucidità decise che cominciare dal togliersi il pigiama sarebbe stato un buon inizio e quasi se lo strappò di dosso fiondandosi nel bagno. Avrebbe dovuto radersi ma era fuori discussione, si limitò ad una sciacquata e un po’ di profumo, si tuffò nei vestiti del giorno prima e volò letteralmente lungo le scale, riuscendo ad essere per strada prima delle otto e mezza.

Non aveva neppure potuto prendere uno straccio di caffè e senza quello rimaneva come un idiota almeno fino a metà mattinata. Inoltre, la barba non fatta e l’aspetto stravolto gli conferivano un’aria che in un uomo più grande e più grosso sarebbe stata decisamente poco raccomandabile. L’aria che conferiva al signor Girone tutt’al più era quella di un poveraccio terribilmente nei guai. Tuttavia non dovette suscitare troppa compassione, visto che una signora in un elegantissimo tailleur, lo segnalò ad un paio di ragazzotti in uniforme dicendo che “gli sembrava sospetto”. L’accertamento dei due giovani non fece perdere molto tempo

al signor Girone. Gli fece perdere solo l’autobus.

Una volta stabilito che quel poveretto non aveva nulla di sospetto, i due ripresero la loro strada maledicendo quella carampana paranoica che aveva fatto perder loro del tempo prezioso e si erano rimessi a chiacchierare del più e del meno, lasciando il poverino ancor più nelle peste.
Il signor Girone fu costretto ad attendere il successivo, ma quando lo vide arrivare non riuscì a rasserenarsi, visto che l’autobus era strapieno e anche se era il solo ad attendere alla fermata non credeva che sarebbe riuscito a salirci. Le porte si aprirono con un sospiro di stanchezza e tre o quattro persone scesero.
– Permesso… – Provò a chiedere timido, ma due ragazzini che non potevano avere più di tredici anni, bardati con due zaini che nulla avevano da invidiare a quelli di un militare, lo speronarono sorpassandolo (e pestandogli un piede), senza prendersi neppure il disturbo di chiedere scusa. Tra loro e gli zaini occuparono anche più spazio di prima, tanto che le porte non si richiusero che al terzo tentativo.

Il signor Girone aveva atteso speranzoso che almeno uno dei due fosse costretto a scendere, poi rivolse lo sguardo sconsolato alla sua sinistra, sperando di vedere subito spuntare un altro autobus, ma la strada era strapiena solo di auto strombazzanti. Dopo dieci minuti la sua ansia non gli permise più di aspettare e si mise a correre, sempre più angosciato, verso il comune. Ogni volta che sentiva qualcuno lamentarsi dell’inefficienza e dell’assenteismo riscontrabile negli uffici comunali, si sentiva fremere. Era vero in effetti, molti dei suoi colleghi si presentavano così di rado che quando erano al lavoro, spesso e volentieri si perdevano in quel labirinto di uffici e scaffali, ma per lui non era così. Il suo caporeparto era uno dei pochi a governare il suo piccolo regno con il pugno di ferro. Il lodevole intento lo pagavano tutti i suoi sottoposti, lui per primo. E in quella particolare circostanza il dottor Langelica se lo sarebbe mangiato.

Arrivò a destinazione con più di un’ora di ritardo e in uno stato che avrebbe fatto vergognare un ubriacone: tutto rosso, con la barba lunga, lo sguardo appannato dalla carenza di caffeina e tanto sudato da far vedere la canottiera attraverso la camicia. Il suo capo non era in vista e ci aveva sperato, su questo. Il dottor Langelica aveva sempre da fare, non si sarebbe certo messo ad attenderlo sulla porta. Sperava di riuscire a raggiungere la sua scrivania prima che lo vedesse, in modo da poter raggiungere il ricambio che l’esperienza gli aveva insegnato a tenere sempre pronto per qualsiasi evenienza. Dopo essersi sistemato, si sarebbe presentato spontaneamente dal suo capo per affrontare la punizione, comunque inevitabile.

Si infiltrò nella sezione degli archivi accompagnato dagli sguardi divertiti dei suoi colleghi. Avrebbe voluto essere più brillante e sorridere di rimando con la leggerezza di chi può, ma la sensazione che dava era quella di chi è in preda ad una colica. Arrivò quasi a destinazione, ma il dottor Langelica stava giusto davanti alla sua scrivania discutendo col ragionier Gori e impartendo ordini a Fantini e Sanna. Attese per un po’ sperando che si levasse di torno, ma si limitò a spostarsi di qualche passo per controllare un paio di cartelle abbandonate alla polvere sulla scrivania di Mazzina. Impossibile sfuggirgli. (continua il 19 febbraio)