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Il signor Girone, capitolo 7

Era una ragazza previdente e laboriosa, oltre che bella, aveva già messo da parte quasi quanto erano riusciti a racimolare i genitori con le loro buone uscite messe insieme.
Tra qualche anno si sarebbe messa in pensione, salvo imprevisti. I capelli a caschetto corvini erano proprio suoi, non erano tinti e non c’erano parrucche di mezzo, le conferivano un’aria da dark lady che lei non faceva nulla per nascondere. Se fosse stata qualche centimetro più alta avrebbe potuto aspirare a qualche lavoro come indossatrice o modella, ma non se ne rammaricava poi tanto, la sua vita le piaceva.

– Che cosa è successo? Abbiamo tutta questa premura? – Lo stuzzicò con fare da gatta morta.
– Non scherzi, non vede come sono ridotto?
– E io che pensavo che non riuscissi più a stare senza di me! – Continuò lei, scoprendosi una spalla con falso rammarico e fin troppo mestiere.
– Beh… – Non poté che balbettare, imbarazzato due volte per quanto era eccitato, – No aspetti, la prego! Non posso rientrare a casa in queste condizioni, se mi vedono…
– E che cosa vuoi da me?
– Beh, mi chiedevo se, ehm, non potessi restare qui per un po’…
– Cosa?
– Solo il tempo di far asciugare i vestiti, sia chiaro!
– Ma a momenti arriva…voglio dire, ho da fare!
– Me ne starò buono in una stanza, sarò silenziosissimo!

A Giusy diede l’impressione che se gli avesse detto di no sarebbe scoppiato in lacrime. Sorrise, non più tentatrice ora, ma materna. C’era poco da fare, gli faceva tenerezza. Lo prese per le mani e gli fece una carezza. – Va bene tesoro, hai vinto. Ma non farti sentire, lo sai come vanno queste cose. Andiamo, vieni in cucina. C’è una bella stufa lì, accendila e comincia a toglierti quegli stracci umidi, che adesso ti porto qualcosa per coprirti. E vedremo se più tardi dovrò dare un’asciugata anche a te. – Concluse maliarda.

Lo fece accomodare nella piccola ma ordinata cucina, fingendo di non notare il suo imbarazzo per la sua ultima provocazione e neppure il soffermarsi dei suoi sguardi su di lei. Il signor Girone controllò che la porta fosse ben chiusa, prima di togliersi i vestiti bagnati. Quando Giusy bussò di nuovo trasalì coprendosi con pudore virginale, quasi che non lo avesse mai visto nudo. Gli portò un piumone con cui coprirsi e lo invitò a prepararsi qualcosa da mangiare, visto che una volta tanto il frigo era pieno. La ringraziò ancora una volta prima di richiudere, indeciso se girare o no la chiave. Concluse di doverla lasciare aperta, visto che dopotutto non era a casa sua.

Accese la stufa e appese i vestiti alle sedie, ben protetto dal freddo grazie al morbidissimo piumone. Non passò molto però, che il calore nella stanza aumentò al punto da rendere inutile la coperta, che abbandonò sulla sedia. Era nudo, completamente nudo e la cosa lo imbarazzava, ma non poteva mettere neppure le mutande, era tutto ancora umido. Ad

ogni buon conto tirò la tendina della finestra, poi lanciò uno sguardo alla porta. L’impegno di Giusy era arrivato già da qualche minuto ma non credeva che sarebbe stato disturbato: i convenevoli si erano conclusi da un pezzo, si udiva solo qualche sussurro sporadico.

In quel momento di calma, un’altra persona non avrebbe potuto fare a meno di soffermarsi a riflettere su come una giornata senza pensieri come quella potesse torcersi fino a divenire il riflesso parodico del suo opposto. Un’altra persona magari si sarebbe sorpresa a sorridere amareggiata al paradigma del contrattempo che stava vivendo, ma il signor Girone no. Il signor Girone c’era abituato.

Non sapendo cos’altro fare, si mise ad osservare la stanza. Era arredata con gusto e molto pulita, senza i fronzoli figli della superficialità o le volgarità tipiche di una casa chiusa. Una delle cose che gli piaceva di Giusy, era quel suo essere pulita dentro nonostante tutto, che faceva sentire pulito lui. I sospiri cominciarono a divenire rochi proprio in quel momento quasi a volerlo contraddire, ma non ci badò. Cominciò a scorrere le pagine del calendario, mentre si godeva il calduccio della stufa. Era un calendario con delle splendide fotografie di paesaggi, talmente belle che le pagine dei mesi trascorsi erano girate contro il muro, risparmiate dal consueto destino finale di bloc notes.

Una spiaggia lacustre a maggio, una casetta in legno rossiccio circondata dalle foglie infuocate di rosso di una macchia di aceri a ottobre, i colli Grampiani innevati a dicembre.
Il foglio di dicembre faceva la pancia, così cercò di appiattirlo con la mano, incontrando un’insospettata resistenza. Sotto il foglio c’era, assicurata con lo scotch, una bustina di cellophane con qualche rimasuglio di erba. Subito lasciò andare le pagine, quasi scottassero.

Era tutto rosso di nuovo e non per il caldo. Lanciò uno sguardo nervoso alla porta, certo di vederne spuntare la Giusy che lo accusava di impicciarsi dei fatti suoi e pronta a scacciarlo di casa tutto nudo così com’era, ma la porta rimase inspiegabilmente chiusa. Adesso, oltre ai rantoli si udiva anche qualche cigolìo, figlio di chissà quale molla indurita. Non doveva mancare poi molto, così decise di preparare una bella caffettiera (e al diavolo quelli che aveva già preso), così Giusy lo avrebbe trovato pronto. Era un modo per espiare quella sua curiosità che non avrebbe mai avuto il coraggio di confessarle.

Il buon odore di caffè si diffuse ben presto nella stanza e con tempismo quasi perfetto, il signor Girone lo versò nelle tazze. La porta di fuori infatti si chiuse poco dopo e Giusy fece di nuovo il suo ingresso nella stanza. – Oddio, – Esclamò Giusy, – copriti subito, vuoi prenderti un malanno?
Sobbalzò a quelle parole e corse a prendere il piumone. – È che avevo caldo, – Si giustificò con un sorrisino – le ho fatto un caffè, le va?
– Quello è per me? Ma che carino! – Commentò in una rara esibizione di sincerità. – E io che ti ho pure rimproverato, ma che stronza! (continua il 29 gennaio)