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Il PalaNebiolo un “non luogo”, sit-in davanti alla Prefettura

Foto presa da facebook

L’appuntamento è per domani alle 16 davanti alla Prefettura. Per l’Arci di Messina e il Centro Islamico, il prefetto Stefano Trotta “ha formalmente istituito un non luogo, un centro di accoglienza  per richiedenti asilo all’interno di una palestra universitaria intitolata a Primo Nebiolo, aperta il 9 ottobre per ospitare provvisoriamente, massimo 3-4 giorni, un gruppo di 53 persone. Il 5 novembre sono 182 le persone dentro la palestra”.

E così domani, oltre al sit-in, sono state organizzate anche un’ assemblea cittadina nella sede del V Quartiere, perfomance e letture pubbliche. Volontari e associazioni chiedono l’attivazione urgente di un tavolo di confronto.

Arci e Centro Islamico sostengono che “al PalaNebiolo è stato di fatto creato un centro di accoglienza per richiedenti protezione internazionale, senza decreto ministeriale e senza i  requisiti minimi di legge. In seguito il prefetto Stefano Trotta ha emanato il 30 ottobre un avviso pubblico per nominare l’ente gestore del Pala Nebiolo o di altra struttura in fase di individuazione che scadrà il 12 novembre e l’1 novembre ha diramato un comunicato per evidenziare la ricerca di aree pubbliche dove allocare una tendopoli”.

Ipotesi questa, subito bocciata dall’amministrazione Accorinti. “Le caratteristiche di non-luogo permangono -aggiungono i portavoce delle due associazioni- anche nella scelta di non definire la natura giuridica del centro nell’avviso pubblico: non è chiaro se sarà istituito un CARA (Centro di Accoglienza per Richiedenti Asilo) o un centro ai sensi della legge Puglia, che dovrebbe, invece,  avere carattere di temporaneità e provvisorietà.

Le condizioni materiali dell’accoglienza sono al di sotto degli standard minimi: ci sono casi di scabbia, persone a piedi nudi e con abbigliamento inadeguato al clima autunnale, brandine senza materassi, insufficienti impianti igienici e livelli di pulizia. Una situazione non rispettosa dei diritti e della dignità della persona, che consta di trattamenti inumani e degradanti, per cui l’Italia è già stata condannata dagli organismi internazionali”.

Intanto l’agente della Polizia Provinciale di guardia al cancello è stato gentile, ma fermo. Al Palanebiolo possono entrare solo i pochi operatori e  giornalisti accreditati presso la Prefettura di Messina e nessun altro. Lo  hanno confermano anche gli agenti della Polizia di Stato di turno presso la struttura dell’Annunziata, sfogliando un magro elenco di nomi dal quale mancavano persino i volontari esplicitamente indicati dal Comune di Messina all’inizio di questa emergenza come consulenti per l’apporto di esperienze e conoscenze accumulate in anni di lavoro fianco a fianco ai migranti di ogni nazionalità che vivono nel territorio.

“Nei primi giorni non abbiamo avuto problemi di alcun genere -osserva Tania Poguisch, storica esponente dell’associazionismo antirazzista messinese. Abbiamo potuto svolgere tranquillamente il compito per cui l’Amministrazione Comunale si è rivolta a noi. Parlare con gli uomini presenti all’interno della palestra, renderci conto direttamente delle loro condizioni e  dei loro bisogni, offrire sostegno morale  e materiale”.

Poi le cose sono cambiate e a nulla sono valse le telefonate fatte ai collaboratori più stretti del sindaco Renato Accorinti per arrivare a un chiarimento della situazione. L’assessore Filippo Cucinotta, per nulla sorpreso da quello che si è presentato come un vero e proprio giro di vite da parte della Prefettura di Messina, ammette fuori dai denti che qualche difficoltà c’è.

A Palazzo Zanca non è che ci si senta scavalcati, ma la sensazione diffusa è che Prefettura e Questura vadano avanti per conto proprio. dalle denunce dei volontari, la condizione dei migranti sembra più simile a quella di detenuti piuttosto che a quella di ospiti. E’ stato possibile incontrarli fuori dalla struttura, quando a metà pomeriggio scendono a piccoli gruppi per le strade del rione Annunziata alla ricerca di un telefono pubblico o di luoghi di ritrovo più umani come i bar o la parrocchia della zona.

Diversi di loro, la maggior parte sono giovani o giovanissimi, parlano un inglese o un francese fluente. Affermano di provenire dai più diversi paesi africani (Egitto, Sudan, Algeria) ma in gran parte sono eritrei e somali.

Quasi tutti hanno la richiesta di asilo politico firmata e la usano come documento di riconoscimento. Ma per compilarla, sostengono, non hanno avuto l’aiuto di alcun legale. Rimangono in giro fino alle 20, che è l’ora del coprifuoco. Rientrano al PalaNebiolo per la cena e per dormire, potendo tornare nuovamente fuori soltanto alle 8 del mattino successivo.

“Siamo di fronte a pratiche comunemente in uso nei CIE -sostengono i volontari. Altro che  centro d’accoglienza. La stessa diversa provenienza dei migranti fa pensare che il Ministero degli Interni intenda usare Messina come punto di transito e di decompressione delle strutture analoghe presenti in Sicilia, che dopo

la ripresa degli sbarchi sono stipate oltre ogni limite”.

“Per quanto ci riguarda -dicono al Palazzo del Governo- dall’inizio dell’emergenza ad oggi non è cambiato nulla. Gli accrediti per gli accessi li diamo noi. Se le associazioni che collaborano col Comune di Messina hanno avuto difficoltà, evidentemente le loro richieste di accredito sono ancora in itinere”. Nulla si sa delle future decisioni in merito al diritto dei migranti ad essere assistiti da legali di fiducia, a muoversi al di fuori dai rigidi orari stabiliti, sulla stessa permanenza a Messina o su prossimi trasferimenti.

“A Messina avrebbe dovuto esserci solo un centro di accoglienza temporanea per i richiedenti asilo -puntualizzano i volontari dell’Arci, ribadendo quanto hanno affermato nei giorni scorsi in conferenza stampa. Ma la gestione del PalaNebiolo fa pensare invece a  cose già viste in altri luoghi, che nulla hanno di accogliente o umanitario.

La nostra richiesta di accesso al Palanebiolo, formulata ai sensi delle attuali leggi, è stata rigettata dal prefetto Trotta senza che ci sia stata data una motivazione plausibile per iscritto -ha denunciato la presidente di Arci Sankara Patrizia Maiorana. Eppure facciamo parte del Consiglio territoriale per l’Immigrazione dal 2003 e siamo iscritti dal 2004 al registro nazionale delle associazioni di tutela degli immigrati presso il ministero delle Politiche Sociali” . Non è stato così possibile per gli operatori dell’Arci rendersi conto personalmente delle condizioni in cui i richiedenti asilo soggiornano nella palestra. La situazione però è facilmente intuibile parlando con gli uomini e i ragazzi  negli orari in cui possono uscire  dal Palazzetto.

“Molti di loro non hanno nemmeno le scarpe e si arrangiano con le ciabatte da spiaggia -raccontano i volontari. Dentro il centro manca di tutto. Pochi materassi, poca biancheria. Le brandine più simili a sedie sdraio che a veri e propri letti. Nessuno si è forzato di trovare soluzioni consone nemmeno per chi soffre di mal di schiena o altre patologie invalidanti” .

Neanche l’assistenza sanitaria sarebbe adeguatamente garantita ai rifugiati, sostiene sempre l’Arci, malgrado il Palanebiolo sia gestito dalla Croce Rossa Italiana attraverso una convenzione i cui termini e particolari però “non sono noti”.  Stesso discorso si può fare per l’assistenza legale. Nessun avvocato ha messo piede nella struttura per informare adeguatamente i richiedenti asilo sulle procedure per l’ottenimento della protezione umanitaria, a partire dalla corretta compilazione dei moduli, sui diritti e le tutele previste dalle norme vigenti nelle more dell’iter burocratico.

“Quando siamo stati convocati dal prefetto l’8 ottobre scorso per la riunione del Consiglio Territoriale che ha deciso in merito all’accoglienza a Messina dei richiedenti asilo ci era stato detto che la vicenda avrebbe avuto una durata di pochi giorni, massimo tre, invitando contemporaneamente le istituzioni presenti all’incontro a individuare strutture più consone a una autentica accoglienza -precisato Carmen Cordaro, responsabile CIE E Frontiere dell’ARCI. Nel frattempo però, di giorni ne sono passati molti di più. Il PalaNebiolo ha accolto gruppi di naufraghi di diverse provenienze e nazionalità, tra i quali cittadini nigeriani e ghanesi, cui non è riconosciuto lo status di rifugiato. A questo punto stiamo ancora parlando di un centro di accoglienza o invece si stanno ponendo le condizioni perché a Messina si apra un centro di identificazione ed espulsione in maniera surrettizia, senza decreto ministeriale  e , soprattutto, senza i requisiti minimi previsti dalla legge?”.

Alla luce di questi interrogativi per l’Arci di Messina è “grave  che si vieti alle associazioni di tutela l’ingresso al PalaNebiolo” rendendo così molto difficile, se non impossibile, chiarire le troppe questioni che restano in ombra. A partire dall’eventuale presenza di minori, che per le norme vigenti non possono essere espulsi ma sono anzi destinatari di una particolare tutela giuridica, o l’accertamento di eventuali reati compiuti contro i richiedenti asilo.

“Sarebbe ancora più grave -ha osservato ancora la Cordaro- se a Messina ci ritrovassimo un CIE, un luogo di detenzione amministrativa, senza alcuna reazione da parte della cittadinanza. Bene ha fatto il sindaco Accorinti a scrivere al prefetto per sollecitare l’adozione di pratiche realmente umanitarie e accoglienti. Condividiamo anche la sua proposta di destinare l’ex Hotel Europa all’ospitalità dei profughi. Tuttavia siamo convinti che un’amministrazione ispirata a principi di democrazia e partecipazione possa e debba fare di più. Chiediamo alla Giunta e al Consiglio comunale di opporsi politicamente con ogni mezzo all’istituzione di strutture di carattere detentivo a Messina, anche attraverso un provvedimento amministrativo che le vieti”.

Obiettivo dell’Arci è far entrare Messina nello SPRAR, il sistema di accoglienza e protezione gestito dall’Associazione dei Comuni . “Possiamo fare come a Milano -spiegano- dove il Comune ha costruito una vera casa d’accoglienza per i richiedenti asilo, o come a Siracusa, la cui amministrazione si è costituita in domicilio virtuale per quei richiedenti asilo in attesa di conoscere l’esito della propria pratica burocratica”.