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Il no della società civile al cemento del Tirone

Le cose cambiano, diceva negli anni Novanta il drammaturgo e regista statunitense David Mamet. E qualcosa sta cambiando anche a Messina, con buona pace di chi difende la teoria del DNA modificato dopo il terremoto del 1908 a causa dei gas che si sprigionarono durante il sisma, se dopo anni di cementificazione selvaggia ed indisturbata una piccola porzione di città ha deciso di ribellarsi al progetto che la STU ed il Comune hanno per il Tirone. 

Ieri pomeriggio, in un Salone delle Bandiere stracolmo di gente, durante un convegno organizzato dall’associazione L’Officina delle Idee, sono arrivati i no secchi di chi vive nella zona, ma anche di chi la ama e cerca di tutelarla dallo scempio di progetti che prevedono palazzi di 15 e 8 piani, centri commerciali, appartamenti e persino un mega parcheggio da 1300 posti. 

No da Italia Nostra e dal WWF ovviamente, ma anche dal Partito Democratico e dagli ordini professionali direttamente interessati: ingegneri e architetti. No da semplici cittadini che, come ha sottolineato l’architetto Nicola Aricò, non intendono rinunciare al primo esempio di urbanizzazione moderna della città. 

La vicenda della Società di Trasformazione Urbana del Tirone inizia ufficialmente il 30 gennaio del 2001, quando il consiglio comunale, con 19 sì, 2 astenuti ed un solo voto contrario, dà il via libera alla costituzione della STU. Una società a capitale prevalentemente privato, il Comune ha infatti solo il 30% delle quote, che ha come finalità (e qui citiamo testualmente l’atto notarile del 24 novembre 2003) “il recupero della zona Tirone e della sua rifunzionalizzazione e riqualificazione dell’adiacente tessuto, comprendente via Porta Imperiale e piazza del Popolo”. Nel corso degli anni il progetto ha subito diverse varianti e tra palazzi e scuole che adesso sono svaniti nel nulla e vaghi accenni al recupero delle zone adiacenti il quartiere Tirone, i punti cruciali di un progetto che ha suscitato moltissime polemiche sin dalla sua ufficializzazione sono tre: il mega parcheggio da 1.300 posti previsto sulla collina vera e propria, la palazzina da 15 piani di viale Cadorna e la costruzione in via Pascoli di un edificio con 36 appartamenti, con un’ulteriore sopraelevazione di due piani destinata ad un centro commerciale. 

Da capire anche quale sarà il destino di un altro palazzo di 8 piani, cui si dovrebbe accedere da viale Italia. È la fetta più ghiotta di questa torta, perché è interamente privato. A mettere in forse la sua costruzione è però il fatto che, superando in altezza il livello della Circonvallazione, non considera il vincolo di panorama fissato dal Piano Borzì e ancora valido, che peraltro è stato osservato da altre costruzioni analoghe realizzate di recente. Polemiche anche per quanto riguarda la viabilità. In una zona ad altissima densità di traffico urbano, a quanto pare le proposte della STU sono tre: eliminare i parcheggi in via Porta Imperiale, a piazza del Popolo e nelle vie adiacenti, invertire il senso di marcia in via Nicola Fabrizi ed allargare

la strada eliminando parte del giardino della scuola Galatti ed infine, ma solo per i residenti, mantenere il doppio senso di marcia in via Cadorna e in via Canisio. 

In pratica, sull’approvazione da parte del ministero delle Infrastrutture di un Contratto di Quartiere per la riqualificazione di aree degradate è stato innestato un progetto molto più ampio e complesso, che è sfociato nella costituzione della STU e di un mega programma da 105 milioni di euro. Il Comune, come dicevamo, ha solo il 30% delle quote. Il restante 70% è di un gruppo di privati: la Garboli-Conicos, lo Studio FC&RR Associati, la Ingegner Paolo Arcovito Costruzioni, la CiaQuattropareti, la Trio srl, la Ingegneria e Finanza srl e la Demoter. Quest’ultima di recente è stata posta in liquidazione e la convenzione prevede che per aggiudicare la sua quota azionaria si dovrà bandire un’apposita selezione. Intanto, voci di corridoio sostengono che tra i soci ci sia chi sta meditando di lasciar perdere e andarsene. E per una società che esce, pare che ce ne sia un’altra, si sussurra della provincia, pronta ad entrare.

A destare perplessità però non è solo il progetto, ma anche la libertà di azione data alla STU. Nell’articolo 5 della convenzione tra il Comune e la STU si legge che “qualora nel corso della redazione dello studio di fattibilità e del Piano Industriale si renda necessario ai fini del raggiungimento dell’equilibrio economico-finanziario apportare modifiche al programma degli interventi proposto, il Comune di Messina si impegna a concordare con la società Tirone la variazione del programma medesimo”. Tradotto in termini più semplici: sul progetto presentato dalla STU il Comune dà carta bianca. 

Punto questo, sul quale avremmo voluto avere chiarimenti dall’ingegner Franco Cavallaro, uno dei vertici della società. Cavallaro però ci ha dichiarato che non intende dare spiegazioni in questa sede e che fornirà chiarimenti in  contesti che lui ritiene più opportuni. E in momenti di magra come questi, il Comune dove recupererà le somme necessarie per coprire la propria quota? Niente paura, all’articolo 6 della Convenzione è spiegato anche questo passaggio. “Il Comune -si legge- utilizzerà le risorse previste per il Contratto di Quartiere (poco più di sei milioni di euro) e si impegna a designare la società STU Tirone quale soggetto attuatore dei programmi che saranno eventualmente finanziati dalla Comunità Europea, dallo Stato o dalla Regione che prevedano la realizzazione di servizi o interventi nelle aree comprese nelle competenze della stessa società”. 

E ancora, all’articolo 9: “Il Comune si impegna a consultare formalmente la Società Tirone nella fase di redazione o variazione degli strumenti urbanistici che interessino le aree oggetto della perimetrazione degli interventi”. Anche qui, un ulteriore passaggio di potere gestionale da parte del soggetto pubblico, il Comune, a quello privato, la STU. Anche perché, sempre l’articolo 2 della convenzione mette nero su bianco che “la Società si impegna ad acquisire, espropriare, urbanizzare e commercializzare le aree individuate nel programma degli interventi che sarà approvato dal Consiglio Comunale”. Una delega in bianco che non ha precedenti, della quale la società civile ha preso coscienza.