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Il monaco buddhista Morishita: “Gli antidoti ai virus del mondo? Amore fraterno e pace”

Su di una collina, vicino a in una sacra dimora davvero speciale, vive un saggio i cui occhi a mandorla parlano di pace. È Gyosho Morishita, ottuagenario monaco buddhista giapponese dell’ordine dei Nipponzan Myohoji. Nessuno sapeva chi fosse quando giunse a Comiso quarant’anni fa, i piedi stanchi, il cuore desideroso solo di proseguire la marcia. Aveva viaggiato in lungo e in largo per il mondo portando con sé l’unico stendardo veramente degno d’essere portato. E ora, nella sua casa attigua alla Pagoda della Pace, nulla possono la distanza di sicurezza, i guanti e le mascherine, strumenti di difesa che tengono a bada il coronavirus, ma non fanno da scudo alcuno all’energia mistica che il reverendo Morishita emana.

Reverendo, la sua vita è nota a Comiso e a tutta la Sicilia perché si è mossa in parallelo a fatti che ormai sono storia. La Guerra Fredda, la caduta del muro di Berlino, le marce pacifiste degli Anni ’80 e ’90 per il disarmo nucleare. Vuole darci qualche dettaglio su come è arrivato nella nostra Isola e sul perché ci è rimasto? “Nel 1981 partecipai a una marcia mondiale per la pace. Il mio gruppo attraversò molti Paesi viaggiando per l’Europa e per l’Africa. Altri gruppi andarono nel continente americano, altri ancora in Medio Oriente. Io sono stato in Spagna, Francia, Portogallo e Austria e proprio a Vienna conobbi dei pacifisti italiani e furono loro a darmi notizie dettagliate sulla base missilistica di Comiso. Si trattava della più grande base NATO di tutta l’Europa meridionale. Quando rientrai in Giappone, insieme ad altri monaci del mio ordine, quello dei Nipponzan Myohoji, diedi il via a una protesta specifica contro le armi nucleari e nel 1982 arrivammo in Sicilia. Tutti noi del movimento pacifista ci rifugiammo sulle colline e organizzammo quello che divenne noto come “Campo per la pace”. Da lì ogni giorno partivano le nostre marce. Ogni mia giornata era fatta di cammino e di preghiera. Pregavo e camminavo intorno alla base americana, per le campagne, per le strade della città. Camminavo e pregavo. Pregavo e camminavo. Con me il mio tamburo, che marcava il ritmo della preghiera. E io pregavo e camminavo, camminavo e pregavo. Finché un bel giorno il blocco sovietico crollò e la base americana di Comiso fu lentamente smantellata”.

La Pagoda, edificio consacrato nel luglio del 1997 su questa collina proprio davanti all’ex base missilistica, è stata inaugurata nel maggio dell’88. Simbolo di pace, faro che illumina e protegge la Sicilia, il Mediterraneo, il mondo intero. Qual è la sua storia? “Il mio ordine ha edificato nel mondo 70 Pagode della Pace. Quattro di queste si trovano in Europa: una a Vienna, due in Inghilterra, a Londra e a Milton Keyenes, e questa a Comiso, in Italia. Fu certamente la scelta del proprietario di questo terreno, che decise di offrirlo alla causa pacifista, a far sì che io rimanessi qua. Era mio desiderio fermarmi in Sicilia dove sognavo di realizzare una nuova Pagoda della Pace. Per questo quando gli altri andarono via io mi restai. Tra i luoghi possibili avevo pensato anche all’Etna, ma alla fine non mi sono mosso da questo posto meraviglioso. Vivere nelle vicinanze di un vulcano è sicuramente meno tranquillo, troppo fumo per i miei gusti. Insomma, quando anche l’ultimo missile fu portato via io venni qui, dove non c’era che il nulla. Non c’era la strada, non c’era neppure l’acqua, c’era solo un sentiero. Adesso il proprietario di questa collina è mio vicino di casa. Dopo tre anni dalla costruzione della Pagoda, decise infatti di trasferirsi anche lui da queste parti e fece edificare la sua casa”.

In un mondo in cui il consumismo l’ha fatta da padrone, dove in generale si sono persi il senso della solidarietà e della fratellanza, dove non c’è stato certo particolare rispetto per la natura, dove hanno prevalso con spudoratezza gli interessi finanziari e politici e soprattutto dove l’ipocrisia ha penetrato fin troppo a fondo le anime e le menti dei più, è arrivato il coronavirus. Vuole dirci il suo pensiero sull’avvento della pandemia? Secondo lei cosa vuole insegnare il COVID-19 all’umanità? “Vita frenetica e materialismo sono agli antipodi di ciò che l’essere umano dovrebbe perseguire, almeno secondo l’insegnamento di Buddha. Questa è la mia visione sull’argomento, una visione anche ovvia visto chi sono. Noi monaci buddhisti non viviamo certo fuori dal mondo, ma in un equilibrio tra lo stare in società e il vivere la spiritualità. Perciò abbiamo chiaro che le persone devono lavorare e sostentarsi. In tal senso il coronavirus sta purtroppo producendo tante vittime anche proprio dal punto di vista della sussistenza. Questo è un dato. Un altro dato è che la vita di tutti è rallentata e questo non è necessariamente un male, anzi… Quanto al legame con i beni materiali, in generale è più forte di quanto non sia necessario. Se vuole insegnarci qualcosa il coronavirus? Ogni cosa può esserci d’insegnamento se siamo in grado di cogliere e desideriamo cogliere il messaggio che ci vuole dare. E può essere che ora il pensiero delle persone sia un po’ cambiato”.

Per lei che a prescindere dal COVID-19 oggi conduce una vita tutto sommato appartata, è mutato qualcosa durante la quarantena? “La Pagoda è sempre stata aperta ai visitatori e in questo periodo, ovviamente, le visite sono cessate. Chiunque veniva qui e qualunque fosse la sua religione era il benvenuto e pregava con me per la Pace. Questa è l’unica cosa che è cambiata in questa quarantena. Per il resto l’arrivo del coronavirus non ha mutato le mie abitudini e la mia routine”.

Oggi in Occidente si sente parlare più spesso che in passato di meditazione. Anche a chi non è addentro alla pratica giungono più o meno trasversalmente notizie sull’argomento e sulle tante “scuole” e tipologie di meditazione che prolificano e si propongono come riferimento e aiuto alle persone. Ci sono anche degli accreditati studi scientifici che testimoniano quanto la pratica meditativa influisca in positivo sulla nostra salute fisica, oltre che psichica. Bene, secondo lei tutto questo potrebbe avere a che fare con il fatto che in questo momento storico l’umanità abbia un’autentica necessità di ritrovarsi, di ritrovare una dimensione spirituale che in generale è andata perduta? “È possibile. La meditazione, comunque, fa bene al singolo e fa bene alla collettività. Chi conosce anche poco del buddhismo sa che il nucleo di questa religione risiede nella convinzione di poter superare le difficoltà della vita e di trasformare la sofferenza. Fede e pratica, quindi. Pratica e fede. Io sono un monaco buddhista e nel mio quotidiano esiste il Nam myōhō renge kyō, preghiera che è di per sé meditazione, parole che molti ormai conoscono anche fuori dalle zone di nascita e provenienza del buddhismo e anche se non sono buddhisti. Sono parole che salvano l’umanità, sono l’invocazione, daimoku, riferita al titolo del “Sutra del loto della legge mistica”, parole che permettono appunto di superare difficoltà e sofferenza. La meditazione che io conosco è questa e non è di tipo silenzioso, perché avviene attraverso la recita della preghiera. Quando io marciavo per la pace come ho detto camminavo e pregavo. Il mio tamburo serviva a scandire le parole della preghiera, che non era rivolta solo a placare la guerra, ma in generale al benessere dell’umanità. Tutta la preghiera è concentrata in questa frase, che dati i suoi contenuti non vale solo per il buddhismo ma per tutte le religioni del mondo. È salvifica a prescindere e può esserlo per tutti”.

Cosa consiglia all’umanità in questo momento così difficile? “Un credo che vale in ogni epoca e in ogni circostanza dell’esistenza: la non violenza. Litigare non è un bene. La violenza è assolutamente contro natura. Quando un bimbo viene al mondo è tranquillo, sereno, morbido, non è certo aggressivo né violento. Quello è lo stato naturale dell’essere umano”.

Cosa augura all’umanità a partire da ora? “Semplicemente di poter imparare. Di fare tesoro dell’esperienza vissuta. Mi auguro che gli esseri umani possano comprendere fino in fondo che cosa è importante. Non sono importanti i soldi e i beni materiali, lo sono invece l’amore fraterno e la pace”.

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