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Il fallimento di un’intera classe politica

E’ un bilancio che fa rabbia quello dell’alluvione del 22 novembre scorso. Ancora una volta la classe politica ha fallito (e lo ha fatto a tutti i livelli: locale, regionale e nazionale) e a pagare è stata la collettività. In termini di vite umane, perché la morte di un bambino di 10 anni, di un ragazzo che studiava per diventare medico e di un operaio impegnato nel sindacato per difendere diritti troppo spesso negati, a partire dalla possibilità di vivere e lavorare in un ambiente sano e a misura d’uomo, continua a essere inaccettabile per tutti, non solo per le famiglie che li hanno persi per sempre. Ma anche in termini di tutela del territorio, di quello che lasceremo ai nostri figli. La relazione tra causa ed effetto è fin troppo chiara. Che l’Italia, e quindi la Sicilia, e quindi Messina e la sua provincia stiano franando, non è un mistero per nessuno da almeno 40 anni. Che oltre il 70 per cento del territorio italiano sia a rischio e seriamente compromesso, neanche. 

E sarà anche vero che questo è il momento della solidarietà e del rimboccarsi le maniche e non delle recriminazioni. Ma è altrettanto vero che se alle prime avvisaglie che ormai c’era davvero poco tempo prima che la natura decidesse di ribellarsi al cemento e all’abbandono progressivo delle colture -diciamo una decina di anni fa?- gli enti locali avessero avviato una seria attività di monitoraggio prima e di messa in sicurezza del territorio poi, forse le cose sarebbero andate diversamente. Oggi Luca Vinci giocherebbe a pallone con i

suoi amici e aspetterebbe l’arrivo del fratellino, Peppe Valla avrebbe come maggiore preoccupazione quella delle materie da dare all’università e suo padre Luigi penserebbe al lavoro alla Duferdofin ed alla sua attività di sindacalista. Quasi mille persone non avrebbero dovuto lasciare la propria casa distrutta o non più sicura, non ci sarebbero intere zone senza acqua e senza luce e non ci sarebbero ponti, strade e case travolti dalla furia della pioggia da ricostruire. Perché anche questa volta, la natura ha presentato un conto salato, di oltre 100 milioni di euro. Ma chiunque abbia un po’ di dimestichezza con eventi del genere, sa benissimo che le prime stime sono approssimative per difetto e che alla fine la somma sarà molto, molto più alta. Secondo le stime dell’Ordine degli Ingegneri di Messina, per avviare un’attività di monitoraggio delle zone più a rischio si sarebbero spesi sì e no 200 mila euro. 

E c’è un altro aspetto, molto più concreto, ma altrettanto importante. Predisporre progetti per la salvaguardia del territorio e la prevenzione del rischio idrogeologico, oltre ad innegabili e indispensabili vantaggi per l’ambiente, avrebbe comportato anche la creazione di migliaia di posti di lavoro. Perché la provincia messinese è stata talmente brutalizzata negli ultimi 50 anni, che secondo gli addetti ai lavori per rimetterla in sesto è necessario non meno di un miliardo di euro. Se la classe politica fosse stata più lungimirante e meno miope, si sarebbe resa conto che provvedere a tutelare la provincia avrebbe creato lavoro e quindi sviluppo e quindi benessere e quindi una barriera più efficace contro la criminalità. Si sarebbe innescato un circolo virtuoso che avrebbe portato solo benefici. Oltre ad un futuro più sicuro da lasciare in eredità ai nostri figli. (foto Dino Sturiale)