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Maltrattamenti, a Messina 150 denunce l’anno

I casi denunciati a Messina sono 150 l’anno, ma questa cifra rappresenta solo il 10 per cento dei maltrattamenti e delle violenze perpetrate in famiglia alle donne e, di conseguenza, anche ai minori che assistono impotenti alle violenze del padre sulla madre. Esemplare l’ultimo episodio di cronaca. Un bambino di 10 anni, vedendo il padre picchiare la madre con un tubo ha chiamato la polizia, che lo ha immediatamente arrestato. Certo, l’uomo è già in libertà e i tempi della giustizia sono talmente lunghi che passeranno anni prima di vederlo condannato, ma almeno è stato allontanato dalla famiglia. “In casi come questi -spiegano al Cedav, il Centro Donne Antiviolenza di Messina– il problema è la poca lungimiranza di alcuni magistrati, che non riescono a percepire la gravità dei problemi che i maltrattamenti provocano nei bambini. In un caso simile a questo, con un figlio che per anni ha visto picchiare la madre subendo quindi lui stesso una grave forma di violenza, il giudice ha concesso la custodia congiunta anche al padre, supportando la propria decisione con il fatto che le violenze fisiche erano perpetrate solo sulla madre. I traumi del bambino non sono stati minimamente presi in considerazione”. 

E non è come si potrebbe pensare un problema di classi sociali, perché è assolutamente trasversale. Dalle classi sociali più umili, alla borghesia medio-alta, ogni anno almeno 1.500 donne messinesi subiscono maltrattamenti che solo in piccola percentuale hanno il coraggio di denunciare. Paradossalmente, a farlo sono soprattutto le donne di estrazione più modesta. Non hanno nulla da perdere dal punto di vista economico e appena prendono coscienza della situazione o trovano il coraggio di farlo, denunciano il marito, il compagno o il fidanzato che le tratta come un oggetto di proprietà. Più sensibili alla situazione economica del donne che appartengono ai ceti più alti. Preferiscono evitare di mettere in piazza lo squallore della loro vita e puntano ad una separazione che garantisca il tenore di vita cui sono abituate. 

A raccogliere il loro dolore il Cedav. Nonostante a causa della mancanza di fondi si regga ormai solo sul volontariato, può comunque contare su 8 operatrici. Un numero assolutamente insufficiente, visto che ha come

bacino di utenza non solo la provincia peloritana, ma anche Reggio Calabria e Catania. Che il Cedav di Messina abbia aperto il primo Sportello antistalking in Sicilia, che abbia portato avanti una quantità di progetti anche nelle scuole, che sia l’unico punto di riferimento per le donne in difficoltà e che sia stato inserito nella rete nazionale che fa capo al numero di telefono nazionale 1522 non conta. Fondi tagliati e arrangiatevi come potete. Così dall’apertura quotidiana di 8 ore si è passati a 8 ore settimanali. Poi ci sono solo il cellulare di servizio e la segreteria telefonica. Inevitabile che il numero delle denunce sia crollato. 

La prassi della struttura, una volta che le operatrici sono riuscite a convincere la donna vittima di violenze ad andare in sede, è quella di fissare un colloquio con un’assistente sociale, che valuterà se coinvolgere solo la psicologa o anche l’avvocato, quando la vicenda sconfina nel penale. “In ogni caso -spiegano al centro- non è un’assistenza standard perché ogni storia è un mondo a sé e come tale deve essere valutata e seguita. Definire una tipologia è impossibile. Certo, se la donna che si rivolge a noi lavora e quindi può contare su un reddito e ha una famiglia alle spalle che la sosterrà nel suo percorso, ovviamente è tutto più semplice. Il dramma è quando queste donne non solo dipendono economicamente dal marito, ma non hanno neanche una famiglia che le sostenga nella loro battaglia”. 

Al Cedav arrivano donne picchiate per anni, che portano addosso non solo i segni della violenza fisica ma anche psicologica. C’è chi riesce ad arrivare fino alla denuncia penale e chi invece si ferma al sostegno psicologico offerto dalla struttura. Tutte però, sanno che troveranno qualcuno disposto ad ascoltarle e, se lo vorranno, ad aiutarle.      

L’ultima indagine Istat sull’argomento risale al 2007 e fornisce un dato agghiacciante: in Italia 3 donne su dieci, oltre 14 milioni è stato calcolato, hanno subito violenza, fisica o psicologica almeno una volta nella vita. Numeri impensabili, inaccettabili, ma che sono messi lì nero su bianco e che indicano quanta strada ancora ci sia da fare per imparare a considerare le donne persone e non oggetti di proprietà da maltrattare a piacimento e impunemente. Tanto non avranno mai il coraggio di denunciare.