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Il boss delle corte

Simona Piraino

Non è mia abitudine stare seduta a pettinar le bambole, pertanto non mi dilungherò sulla relazione che, si dice, intercorra tra cibo e sesso.

La tematica è stata ampiamente dibattuta da alimentaristi e sessuologi: tutti lì a consigliare pietanze e spezie per far ingrifare il partner e concludere la cena nel più turgido dei modi.

Personalmente, quando invito per una cena a due (leggi: organizzo una cena a due solo nella speranza di un dopocena sdraiato) poco mi preoccupo di impiattare cibi afrodisiaci con la gentilezza di Csaba della Zorza.

Mi concentro, altresì, su fondamentali mosse strategiche. Evito con grande attenzione alimenti traditori: rucola o spinaci, che ti accorgi di averceli tra gli incisivi solo dopo aver congedato il tuo ospite. Non cucino ortaggi che stimolano i gas intestinali, ché con i carciofini in agrodolce possiamo scegliere se ruttare o tenerci un addome gonfio come una zampogna (l’altra ipotesi la escludo per pudore).

Il sautè di cozze va bene solo se non ci inquietano macchie e schizzi sull’abito e sul tovagliato. Sconsigliati anche intingoli e sughetti che, inevitabilmente, lasciano rivoli colorati fino al mento (l’immagine è più ributtante se l’ospite ha baffi o pizzetto).

Le ostriche sono da ritenersi un buon investimento solo se la performance del commensale maschio è olimpionica (almeno quanto il prezzo a cui ce le ha vendute il pescatore).

L’attrazione, la libido sono robe chimiche, così mi hanno detto. Non perdiamo il sonno per sfilettare un merluzzetto o lucidare una ganache, suvvia. Il viagra naturale ce l’abbiamo nello sguardo mica nel peperoncino di Cayenna, con gran sollievo per gli ipertesi.

Ergo, per tutte quelle che non sono nello stato di famiglia di Bastianich o di Vissani, consiglio di focalizzarsi sulla conversazione o sul reggicalze e

senza mai tralasciare un’accurata proposta enologica, mi raccomando.

Tuttavia, benché adori intrattenermi con ratatouille e sac à poche, devo condividere un’epifania palesatami qualche giorno addietro. Signore, siamo antiche. Il nostro pensiero sul ‘come prenderlo per la gola’ risulta vintage ora che c’è lo sploshing (vi ricordate Samantha Jones nuda e ricoperta di sushi che aspetta Smith?). Presentato come la mission dei gastroamatori più audaci, lo sploshing si definisce voyerismo gastronomico. Nel senso che ti sdrai sulla tavola, ti “apparecchi” le nudità e stai lì immobile manco fossi un vassoio di Sheffield.

Dal canto mio, mi lascerei anche tentare dal marketing subliminale di questa nuova tendenza ma, la consapevolezza della forza di gravità (capisci a me) e la mia statura (tra collo e inguine al massimo ci servo un toast) mi fanno capitolare.

L’unica cosa che riuscirei a servire senza avere l’aspetto del Titanic, sarebbe qualcosa di simile alla luisona (sì, proprio quella di Benni).

Ritengo che lo sploshing sia vietato a tutte quelle che, come me, sono ‘diversamente sode’ (t’immagini i chicchi di basmati che si incastrano con le pieghette dell’adipe?). Ricapitolando: per diventare una porno-feed devi essere alta almeno un metro e settanta, frequentare assiduamente l’estetista, mantenere l’epidermide perfettamente idratata, non soffrire il solletico (altrimenti come te li metti i calamaretti sotto le ascelle?), non annoverare precedenti di Parkinson in famiglia e, soprattutto, avere una domestica di fiducia che risponda al citofono mentre ti stai sistemando la parmigiana di melanzane sui capezzoli.

Per tutte le altre, c’è solo Nonna Papera.