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I settembre 1847, la rivoluzione inizia a Messina

La lapide di via I Settembre
Una delle principali vie della nostra città, quella che collega il centro storico da piazza Duomo alla stazione ferroviaria, prende il nome da uno degli eventi storici di cui i messinesi dovrebbero essere più orgogliosi.
L’1 settembre del 1847, infatti, la città dello Stretto fu la prima in Italia, ma anche in Europa, ad essere percorsa dalla ventata rivoluzionaria che esploderà con tutto il suo vigore nel gennaio del 1848.

In quegli anni a Messina dominava il terrore. Il timore di congiure e cospirazioni rendeva i funzionari borbonici particolarmente sospettosi e crudeli.

Ecco come lo storico Giuseppe La Farina  in Istoria documentata della rivoluzione siciliana, e de’ suoi rapporti coi governi italiani e stranieri, 1848-1849 ricostruisce quei giorni: «In quell’epoca nefanda s’imprigionava, si fucilava, non solo per reprimere e per spegnere i liberali, come suole ogni governo assoluto ed impietoso, ma anco per dare opportunità di avanzamento e di onori ad un commissario di polizia, ma anco per vendicare l’orgoglio del luogotenente del re, se reputavasi offeso da un dono non offerto, da un suo arrivo non festeggiato quanto e’ volea, dalla non riescita di uno di quegli amorazzi, ne’ quali egli alla liberiana s’imbestiava.»

Riguardo alla particolare ferocia della polizia La Farina scrive: « Farei fremere il lettore se tutte narrassi le torture in quel tempo praticate: uomini sospesi alli alberi per le braccia, battiture a sangue, privazioni di cibo e di sonno, nudità completa, legature orribili ed oscene, i capelli e le barbe svelti a ciocche… e per colmo di ferità, le danze de’ carnefici sul sangue fumante delle vittime!»

E ancora: «l’attività crudele della polizia facea nascere ove non erano le secrete congiure e le secrete vendette, ed inspirava nel cuore de’cittadini odii implacabili, sete di sangue, dissimulazione profonda, impenetrabile secreto. Il governo, disperando potere aver nelle mani prove per condannare, percoteva alla cieca, e non potendo punire i congiurati, puniva
gl’innocenti, chi scrivea, chi parlava, chi viaggiava, chi cantava, chi plaudiva ne’ teatri o chi disapprovava: ogni atto della vita era delitto. Era una lotta continua, incivile, brutale.»

Un banchetto organizzato l’1 settembre presso l’albergo Vittoria in quella che allora si chiamava via Austria e che corrisponde oggi appunto all’arteria che collega piazza Duomo con piazza della Repubblica, sembrò agli irredentisti messinesi il momento più adatto per cogliere di sorpresa i militari borbonici. La rivolta fu organizzata da più gruppi, collocati in punti strategici della città.

La voglia di libertà dei patrioti messinesi, pochi e male organizzati, non riuscì ad avere la meglio sull’esercito borbonico, che fu avvertito da un delatore della sommossa ed ebbe tutto il tempo organizzare una sanguinosa reazione, che nell’arco di un pomeriggio spense, anche se momentaneamente, la speranza di cacciare i Borboni.

Il generale Landi invitò i cittadini a denunciare i nomi dei rivoltosi, promettendo in cambio del denaro: «I qui iscritti potranno essere impunemente uccisi, non solamente dalla forza pubblica, ma da qualunque altro, ricevendo li uccisori il premio di ducati 300 per ognuno de’ fuorbanditi, e di ducati 4,000 chiunque procederà all’arresto di uno di essi; premio accordato superiormente ».

Gli insorti, fuggiti nelle campagne appena fuori Messina riuscirono comunque a lasciare la Sicilia. Chi fu catturato durante l’insurrezione, non ebbe scampo. Il calzolaio ventisettenne Giuseppe Sciva fu l’unico ad essere fucilato, mentre un altro condannato a morte, l’abate Crimi «… dovette a’ suoi ordini sacerdotali e ad un antico concordato colla corte di Roma, la commutazione della pena. La sentenza, ad eterna infamia de’ giudici, notava per prova della reità di costui l’aver egli impedito che un tale Alfio, gendarme, fosse ucciso dagl’insorti, dicendo: «Lasciatelo, è prigioniero di guerra».

Il sacrificio dei patrioti messinesi non fu però inutile. Pochi mesi dopo, nel gennaio del 1848, Palermo insorse, riuscendo in breve tempo a tenere le fila di comitati insurrezionali in tutta l’Isola, che sarebbero poi confluiti nel Comitato Generale Provvisorio, che emanò una nuova Costituzione basata su quella del 1812. Un vento di libertà che durò poco, ma che creò i presupposti per arrivare all’unità d’Italia 12 ani dopo.