I Mille e Messina

GaribaldiaMessina
L'entrata di Garibaldi a Messina

Il 5 1860 Giuseppe Garibaldi partì da Quarto, in provincia di Genova, per dare vita all’avventura dei Mille in Sicilia. Un’avventura che si concluderà alcuni mesi dopo a Messina, quando il generale entrò da trionfatore in città.

Ma cosa successe prima del 27 luglio 1860? L’11 Garibaldi sbarca a Marsala, arrivato a Salemi si proclama dittatore della Sicilia, poi sbaraglia le truppe borboniche a Calatafimi e conquista Palermo il 18 luglio. Al di là della retorica risorgimentale, è evidente che un migliaio di uomini, per quanto motivati, non poteva certo essere in grado di sbaragliare un esercito perfettamente organizzato come quello borbonico.

A regalare la vittoria a Garibaldi, o meglio, al Regno di Sardegna, furono i corrotti alti gradi borbonici (molti dei quali stranieri) che si vendettero a caro prezzo contrattando anche gradi e ruoli nell’esercito piemontese. Questo, tra lo stupore di soldati e ufficiali, che si vedevano obbligata alla ritirata quando invece avrebbero avuto la possibilità di sbaragliare i garibaldini senza alcuna difficoltà.

E la battaglia di Milazzo, durata una settimana e conclusa il 24 luglio, ne è un chiaro esempio. Tre giorni e poi Garibaldi entra vittorioso a Messina, mentre chi preferì rimanere fedele ai Borboni si asserragliò nella Cittadella, resistendo fino a marzo dell’anno dopo.

La cronaca di quei giorni convulsi e pieni di speranza per chi credeva nell’unità d’Italia (scritta ovviamente dai vincitori) è riportata in “Messina e Dintorni, Guida a cura del Municipio”, edita nel 1902. La restaurazione borbonica, la presenza di una guarnigione numerosa, e la minaccia continua delle bocche a fuoco della Cittadella e degli altri fortilizi, non sgomentarono la nostra popolazione, che nel 1856 e nel 1859 proruppe in aperte dimostrazioni di simpatia per la bandiera piemontese, preconizzata segno della riscossa e della vittoria. Dopo i successi del 4 1860 in Palermo, mossero anch’essi in aperta ribellione i Messinesi, il giorno di Pasqua, 8 Aprile.

I più intrepidi presero la campagna per organizzarsi, formando

taluni un campo a Taormina, e gli altri sulle alture della Reginella, presso il colle S. Rizzo, mentre che il Comitato insurrezionale faceva i suoi primi atti nel villaggio Castanea, e poscia stabiliva la sede del governo provvisorio a Barcellona, dove formavasi il campo e ordinavansi le forze rispetto a quelle borboniche, stanziate a Milazzo. Sopraggiunta la brigata Medici e immediatamente il Generale Garibaldi con le sue gloriose schiere, vinsero a Corriolo (17 Luglio) e poscia a Milazzo (20 Luglio 1860).

Contemporanee trattative fra il maresciallo Clary ed il generale Medici produssero lo sgombro delle truppe borboniche dalla città, e la conclusione di un armistizio rimandava alla fine della guerra lo sgombro della Cittadella. Così Messina era salva da nuova guerra. Non eccessi di sangue si ebbero a deplorare, e dalla stessa popolazione furon rispettate, siccome opere d’arte pregevolissime, le due statue dei re borbonici, tra cui quella in bronzo di Ferdinando II, modellata dal sommo Pietro Tenerani, che venne trasportata al Museo.

Il giorno 27 Luglio 1860, Venerdì, alle 3 pom. Garibaldi entrava in Messina, la quale con concorso di uomini e di mezzi fortificò il suo Stretto, alloggiò tutte le forze garibaldine, facilitò al gran capitano il passaggio sul continente. Il 12 Marzo 1861 la storica Cittadella di Messina, ultimo propugnacolo dei Borboni, dai quali era stata tenuta sin dal 1735, cadeva sotto la spada trionfatrice del generale Cialdini. Due mesi appresso, con splendido ricevimento e con gli entusiasmi di quei giorni solenni, la città accoglieva Vittorio Emanuele II, primo Re d’Italia. Nelle lotte successive combattute per l’unità e per l’indipendenza della patria, per l’onore della bandiera nazionale, dal 1866 al recente disastro di Adua, Messina ha contribuito col sangue di baldi e generosi suoi figli; ma essa ha supremo il diritto alla benemerenza della nuova Italia per aver sacrificato, in omaggio all’unità, quelle secolari franchigie ch’eran tanta parte delle sue antiche tradizioni e della sua floridezza economica.

Al momento di votare, 24.254 elettori si espressero a favore dell’annessione al Regno Sabaudo (annessione, attenzione a questo termine scelto non a caso) e solo 8 “no”. Numeri sui quali c’è molto da riflettere, non fosse altro che per l’evidente sproporzione.

Alla luce dei comportamenti di inaudita ferocia che l’amministrazione e l’esercito piemontese ebbero nei decenni successivi nei confronti del Meridione, forse molti avrebbero voluto poter tornare indietro. Ma questa è un’altra storia.

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