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Licantropi in città

Come già accennato nella puntata di una settimana fa, completiamo l’argomento lupinariu, raccontando dei licantropi più famosi della nostra città, dei quali si tramandano ancora i nomi ed i luoghi in cui vivevano. Le dicerie sull’esistenza dei lupi mannari come fatto certo non vanno oltre la seconda guerra mondiale, quando le convinzioni su questa fantasiosa malattia si convertirono in miti e leggende, cristallizzandosi poi sotto l’etichetta di folklore.

La tradizione ci tramanda che negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, un lupo mannaro abitasse nel rione Gravitelli. Si chiamava Michele Scalabresi e per mantenere la sua famiglia, piuttosto numerosa, faceva l’artigiano tessile. Il poveretto è anche citato da Valerio De Lorenzo nel suo famoso testo “Messina magica” (edito nel 1987 dalla Edarc di Firenze): “Nel quartiere di Gravitelli raccontavano di un artigiano che abitualmente, oltre ad essere una persona normale, era anche molto affabile e simpatico, ma quando veniva preso dall’odioso male vagava lungo le sponde del torrente che lì scorreva, non essendo stato ancora a quel tempo coperto. Il poveraccio, quand’era in quello stato, urlava disperatamente cercando di colpire tutto ciò che gli capitava e quando gli riusciva d’afferrare gatti e persino grossi topi li dilaniava con le unghie e con i denti”. Gli abitanti del rione, conoscendo il problema, nelle notti di luna piena si premuravano di sprangare le case con assi di legno oppure, nel caso in cui non fossero ancora rientrati nelle loro abitazioni, si tenevano alla larga dalla fiumara, luogo dove il licantropo

cercava leggero sollievo alle sue pene.

Un altro lupinariu o licantropo, invece, si aggirava nei primi anni del Novecento tra l’attuale via Santa Cecilia e la via Centonze. Era conosciuto in zona come Don Liu u ‘mmarutu, per via della vistosa gobba che gli deturpava il corpo. Pare che, quando si aggirava trasformato per le vie del quartiere, prediligesse lacerare panni di stoffa già logora che a volte incrociava nei suoi dolorosi pellegrinaggi. La mattina dopo, i conoscenti lo trovavano addormentato con lunghi filamenti tra i denti.

Veduta antica della via Santa Cecilia

Un terzo lupo mannaro, Gioacchino Cassarà, di gran lunga più previdente degli altri, viveva nelle campagne circostanti la zona di Tremestieri più o meno negli stessi anni di Don Liu. Il tapino, conscio dei danni che avrebbe potuto causare ai suoi affetti ed al suo bestiame, unico mezzo di sostentamento della sua famiglia, il giorno precedente alla trasformazione, si faceva legare ad un palo con numerosi bracieri ardenti intorno. Al momento della metamorfosi, vedendosi circondato dal fuoco, si fermava immediatamente senza cercare di distruggere le corde. Secondo le credenze però, il suo dolore aumentava esponenzialmente dinnanzi alle fiamme che lo accerchiavano.

Le fonti giunte fino a noi ci consegnano solo questi tre nominativi di uomini lupo messinesi, anche se, ne siamo sicuri, ogni zona della nostra città doveva avere il proprio lupinariu, vista la radicata credenza dei nostri antichi concittadini in questa mitica creatura, che ha generato delle tradizioni estremamente diverse da quelle del resto d’Europa.