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I 200 eroi dimenticati dalla storia

Per l’ottava puntata di “Gran Mirci” ci spostiamo parecchio indietro nel tempo, in un’epoca dove la certezza storica sfocia inevitabilmente nella leggenda e l’esistenza di fonti “sicure” è da considerarsi poco meno di un’utopia. Dobbiamo tornare al 396 a.C., quando Roma era all’alba dell’età repubblicana e l’asse principale del mondo allora conosciuto si collocava tra l’Ellade e la Magna Grecia. Messana era una delle più fiorenti polis della Sicilia, legata da parecchi anni da rapporti di amicizia con il tiranno di Siracusa, Dionisio I. Numerosi figli della vecchia Zancle combattevano da qualche lustro al fianco dei siracusani nelle guerre contro l’altra grande potenza del mediterraneo, la fenicia Cartagine.

Questo continuo afflusso di truppe da Messana a Siracusa, rappresentò sempre un enorme problema per la città nordafricana che, decisa a soggiogare il tiranno aretuseo, pianificò un violento attacco contro la città dello Stretto, lasciata sguarnita dalla gran parte del proprio esercito di stanza proprio a Siracusa. La poderosa spedizione cartaginese, guidata da Imilcone, partendo da i propri domini nella zona del palermitano riuscì facilmente ad arrivare alle porte di Messana, nel gennaio del 396 (anche se, è bene sottolinearlo, gli storici non sono unanimi nella definizione della data).

La polis dello Stretto riunì immediatamente il proprio consiglio e Caio Domenico Gallo ci racconta che “in molti, perduta la speranza di soccorso dagli amici e confederati, diffidavano di poter difendere la città, tanto più che i propri soldati e cavalli, che già erano in campagna (di guerra) a favore di Dioniso, si erano ritirati col medesimo in Siracusa. La

maggior parte dei cittadini, quindi, prendendo le suppellettili più preziose, fuggirono nei castelli vicini e sulle montagne circostanti. Ma duecento coraggiosi giovani, ai quali parve ignominioso abbandonare la città, uscirono con le armi alla mano ad incontrare la possente flotta cartaginese. All’arrivo dei navigli, la più forte gioventù di Messina (C.D.Gallo usa esclusivamente l’ultimo nome della città), ritrovandosi racchiusa sul braccio del porto, cercò di resistere ai nemici ma, soverchiati, né volendo restar schiavi dei nemici, risolvettero piuttosto consegnarsi alle onde del mare con la speranza di poter nuotando giungere salvi nell’opposta Calabria, ma la maggior parte vi perì, con la contezza però di morire in libertà, e soltanto cinquanta di essi giunsero vivi nel lido opposto d’Italia”.

Secondo quanto attestano le fonti, dopo questo estremo atto di coraggio Messana fu occupata per tre lunghi anni dall’esercito punico, abile nel tenere in pugno il centro cittadino nonostante le continue azioni di guerriglia perpetrate dai pochi messinesi che si erano ritirati nelle fortezze. Dopo questo periodo di tempo la città fu liberata dagli eserciti di Messana e Siracusa, che riuscirono ad attaccare in forze le postazioni puniche. Secondo lo storico Giacomo Crescenti, durante l’occupazione morirono 20.000 messinesi, mentre il centro della città fu messo a ferro e fuoco dai cartaginesi.

E’ certo, però, che se la storia celebra da sempre i trecento spartani che guidati da Leonida resistettero ai persiani, almeno Messina dovrebbe onorare la memoria dei duecento giovani messinesi che preferirono la morte alla perdita della propria patria. Duecento eroi di cui, purtroppo, non si sa nulla. Ma forse, proprio questo non-dato, potrebbe alimentare ancor di più il mito dei “duecento di Messina”.