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Gli “invisibili”, un esercito sempre più numeroso

La sede del Don Orione

Numerose, nel centro della città ed in periferia. Le comunità di assistenza sociale garantiscono un efficiente e sicuro servizio ad una non esigua percentuale di uomini, donne e bambini in continuo aumento. Non sono solo poveri arrivati allo stremo dopo una vita di stenti o extracomunitari che non riescono ad inserirsi. Tra gli ospiti delle case di accoglienza ci sono anche padri separati che hanno perso il posto in cui vivere e non sanno dove andare perché non riuscirebbero mai a pagarsi un affitto, mogli in fuga da mariti violenti per salvare il loro futuro e quello dei loro figli.

E sono proprio loro, che una volta appartenevano alla classe media, a chiedere sempre più spesso aiuto. Con pudore, perché mai avrebbero pensato di dover bussare alla porta di una comunità di accoglienza. Si è già parlato della mensa di Cristo Re e dei nuovi poveri, ma c’è anche dell’altro, fatto di notti che non si sa dove passare perché non c’è più una casa dove andare. Sono un esercito invisibile che, complice la crisi economica, lentamente ingrossa le proprie fila. La vena sociale è comune a tutte le strutture residenziali ed alle comunità di recupero, divise per tipologia d’utenza.

“E’ importante spiegare e quindi far conoscere -spiega un operatore del settore, responsabile amministrativo- la diversa natura delle strutture sociali di cui Messina dispone. Distinguiamo, ad esempio, le comunità alloggio in cui lavorano solo gli operatori dalle case famiglia, come quella dei padri Rogazionisti di Cristo Re, gestite da una coppia di volontari insieme agli addetti. Entrambe sono sostenute da finanziamenti comunali”. La differenza? Nelle prime rientrano le strutture per minori della cooperativa di Sant’Antonio (una sorta di “coperta di Linus” per ragazzi dai 14 ai 18 anni inseriti dal tribunale) che ha finalità rieducative ed “Il Grillo Parlante”, per ragazze della stessa fascia d’età. Ad oggi danno assistenza ad una settantina tra ragazzi e ragazze. “La comunità alloggio per bambini sotto gli 8 anni -continua il coordinatore- è gestita dall’associazione “Una famiglia per amico”, che si occupa di soccorso sociale. Per le comunità residenziali non esiste alcun finanziamento delle istituzioni e tutto va avanti grazie ai volontari. Mi riferisco, ad esempio, alla struttura d’emergenza di Galati per carcerati aperta tutta la giornata o a quella di Mili superiore, adesso inagibile a causa dell’alluvione, destinata ad adulti e adolescenti segnalati per disagi familiari o penali e che attualmente sono ospitati a Villa Antonia”.

La struttura d’emergenza di Galati

Sono tante le comunità che danno ospitalità, più di quante si possa immaginare. Ed è strano pensare che in via 24 Maggio, zona centrale e di rumoroso e frenetico passaggio, c’è la sede

di una casa d’accoglienza sconosciuta ai più. E’ la “Cirs”, destinata alle ragazze madri o alle donne in difficoltà, alle quali il Comune paga la retta. Nata come struttura per casi a lungo termine, quando serve è utilizzata anche per le emergenza, che sono sempre più numerose.

Ci si allontana alla vista di un barbone seduto su un aiuola con le stampelle e le buste che fanno cattivo odore. Il suo. E’ polacco, ha 36 anni e chiede dei soldi. Ma C. è timido, con il suo italiano ormai migliorato e le sue caviglie gonfie per l’alcool. Cosa può voler chiedere dopo più di 10 anni da clochard? Non pena o coinvolgimento, perché questi sentimenti sono finti amici della vera partecipazione.
Partecipazione che C. trova nelle strutture semi-residenziali, che non avendo grandi pretese, resistono grazie alle offerte dei privati, dei gestori e dei volontari. Tra queste quella di Cristo Re (solo maschile), Casa Aurelio a Provinciale o la Jeane Jugan (dal nome di una santa francese) che apre di sera e mette a disposizione 12 posti letto, servizio docce ed un centro di raccolta abiti. E poi c’è una delle più conosciute, la Don Orione, gestita direttamente dalla parrocchia, che ha 12 posti letto destinati agli stranieri e che di recente ha dato lavoro ad un senza tetto marocchino.

“Sì, la Caritas è alla base della nostra associazione di volontariato Santa Maria della Strada -racconta un operatore della casa di prima accoglienza di Provinciale- ma facciamo leva sui nostri volontari, per i quali però non abbiamo un ricambio adeguato, visto che possiamo contare solo su pochi. Facciamo capo alla cooperativa e nonostante il tempo e l’esperienza ci abbiano permesso di professionalizzarci, non è stato perso di vista il vero senso dell’accoglienza e del donarsi all’altro. Qui vengono famiglie di rumeni, giovani africani con un sogno italiano, alcolizzati e senza tetto”. E’ un lavoro senza orari o cartellini da timbrare. Gli operatoti sono impegnati anche durante la giornata per accompagnare gli ospiti ai controlli sanitari o in giro per ottenere documenti o dalla polizia per le segnalazioni.

La cena in una casa di accoglienza

Ha causato numerose risse per la strada e in una di queste ha perso anche un orecchio. Gli hanno rubato il motorino ed ecco un’altra rissa. Ma A. ha una storia dolorosa alle spalle. Cinque anni fa lo tsunami che ha colpito anche lo Sri Lanka lo ha lasciato senza famiglia e adesso i suoi disturbi della personalità non gli permettono di avere una vita cosiddetta normale. Ma normalità sarebbe anche sapere che questi “invisibili” che vivono nella nostra città sono figli, padri e madri, sono fratelli. Sono anche cervelli in fuga perché molti sono diplomati e laureati. Qui però sono classificati come ultimi a cui non si riconoscono qualità e competenze, condannati all’anonimato ed alla solitudine.