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Giampilieri e Scaletta, la rabbia e l’orgoglio

In questi giorni Giamplieri e Scaletta sono paesi sotto assedio. Fotografi e giornalisti li hanno presi d’assalto per raccontare cosa è successo l’1 ottobre del 2009 e per fare un bilancio a distanza di due anni da quella tragedia annunciata costata 37 vittime. Intervistare gli abitanti è quasi impossibile. Al di là del dolore che ha segnato e spezzato le due piccole comunità e del pudore che istintivamente rifiuta le telecamere, c’è la consapevolezza di essere stati considerati “figli di un dio minore”. 

A poche ore dalla tragedia sono stati bollati su tutte le reti nazionali come “paesi distrutti dall’abusivismo” da un poco accorto Bertolaso e l’ondata di commozione e solidarietà che ha fatto sentire meno soli gli abitanti de L’Aquila dopo il terremoto, non ha neanche sfiorato i due centri della costa jonica. Le poche raccolte di fondi aperte hanno messo insieme somme ridicole, quasi un insulto. 

Non è che portino rancore, però non dimenticano e di interviste neanche a parlarne. “Non parliamo”, punto e basta. Perché non possono mettere da parte le accuse infamanti di abusivismo, vere solo in parte e non tali da provocare una tragedia di questa portata, quando da due anni chiedevano aiuto a chiunque li volesse ascoltare. Ricordano con rabbia i 7 milioni stanziati dopo l’alluvione senza conseguenze del 2007, finiti Dio solo sa dove, le accuse di “fare le vacanze” rivolte a chi, avendo perso tutto è stato costretto a vivere per quasi 2 anni in albergo, in una condizione perpetua di profughi, l’assurdità di disposizioni che hanno delineato le fasce a rischio senza tenere conto che se casa tua è in una zona “verde” ma la porta d’ingresso ricade in una zona a rischio, non ti consentono di riprenderti la tua vita e ti lasciano fuori. Ricordano con orgoglio la dignità con la quale hanno sopportato accuse di ogni genere, l’avere rimesso a posto le case con i propri soldi visto che i 70 milioni dei Fondi Fas chissà quando arriveranno, l’appartenenza a paesi dalla storia millenaria ed il loro rifiuto a lasciarli. “Con noi non faranno come con L’Aquila, dicevano, non ci deporteranno”. 

Certo, come sempre c’è anche chi ci ha speculato. Come sottolinea Dino Sturiale, “le tragedie esasperano i caratteri degli uomini e in questa tragedia abbiamo incontrato il peggio e il meglio dell’umanità”. E così c’è chi ha incassato e continua ad incassare assegni per affitti a cui non ha diritto (alcuni risultano residenti nelle case dichiarate inagibili o distrutte pur vivendo altrove, ma nonostante questo sono stati inseriti negli elenchi di chi riceve un’indennità), ma su questa vicenda stanno indagando i carabinieri di Scaletta. Ma episodi del genere, che indubbiamente devono essere

perseguiti, nulla tolgono ad una tragedia che fa rabbia proprio perché avrebbe potuto essere evitata se solo si fosse investito nella messa in sicurezza del territorio. Le richieste degli abitanti di Giampilieri e Scaletta sono state ignorate, così come il grido d’allarme degli ambientalisti. Il risultato è quello che si sa, con il solito balletto di accuse reciproche e cantonate colossali dopo la tragedia, i fondi assegnati, poi dirottati altrove e adesso di nuovo assegnati (160 milioni dalla Regione, oltre ai 70 “fantasma” dei Fondi Fas), oltre 500 persone che a distanza di 2 anni non sono ancora rientrate a casa e le facce di circostanza ai funerali. Per oggi sono state previste numerose iniziative, a partire dalla proiezione del film di Marco dentici presentato a Venezia, ma il problema alla radice di questa tragedia impossibile da dimenticare è solo uno: è la mancanza di una vera politica di prevenzione che ha portato a questo. 

“La furia dell’acqua è intervenuta su un territorio che negli anni è stato fortemente modificato a causa dell’abbandono delle colline e delle montagne -spiega il geologo Mario Costanzo. Gli antichi terrazzamenti sono stati abbandonati e i pendii non sono più stati presidiati come in passato da contadini e pastori”. E le affermazioni di Bertolaso sull’abusivismo il geologo, come tanti suoi colleghi, le definisce quanto mai inopportune. “Certo -chiarisce- abbiamo riscontrato abusi edilizi, ma si trattava di tettoie, balconi, piccole coperture che non hanno inciso rispetto alla gravità del fenomeno, che resta collegato allo stato di abbandono del fronte collinare. I paesi abbandonati si sono trovato circondati da pendii e declivi pericolosamente friabili. “La “bomba d’acqua” di quella notte avrebbe causato danni comunque -puntualizza Costanzo- ma se si fosse svolta un’attività di prevenzione, i danni sarebbero stati di gran lunga inferiori”. Un esempio fra tutti è una casa a tre piani in via Puntale dove, ancora dopo alcuni giorni la tragedia, al secondo livello divani e poltrone galleggiavano letteralmente nel fango. “Con una montagna più resistente –chiosa il geologo- la frana si sarebbe fermata al garage. Il problema non è soltanto di monitorare ed intervenire, cosa che comunque non è stata fatta con efficacia, ma rivitalizzare versanti. Anche perché strumenti come il PAI (Piano per l’Assetto Idrogeologico) servono più ad analizzare e a monitorare, che ad individuare interventi sul territorio di tipo risolutivo. Invece, si dovrebbe favorire la presenza attiva dell’uomo in funzione positiva. Ci dovrebbero essere vantaggi a coltivare un pendio, ma solo attraverso politiche fiscali ed agevolazioni mirate si può favorire questo percorso”. E allora qual è il vero problema? “Il rapporto tra le amministrazioni pubbliche e le politiche di prevenzione e salvaguardia è molto complicato -conclude Costanzo con un sorriso amaro- perché i tempi del territorio sono pluridecennali, mentre quelli della politica sono quinquennali. Come la durata delle legislature”.

Ha collaborato Domenico Siracusano